Mech giganteschi, combattimenti colossali, un open world enigmatico e l’inconfondibile filosofia di design di Fumito Ueda: il primo gameplay di Gen Atlas offre un assaggio di quella che potrebbe essere la sua opera più ambiziosa.

Gen Atlas

Ogni nuova opera di Fumito Ueda rappresenta inevitabilmente un evento per l’intera industria videoludica. Non si tratta semplicemente dell’annuncio di un nuovo titolo, ma del ritorno di uno degli autori che più hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di videogioco come forma espressiva. In oltre vent’anni di carriera, il game director giapponese ha realizzato appena tre opere, ma ciascuna di esse ha lasciato un’impronta profonda nella storia del medium, influenzando intere generazioni di sviluppatori e diventando un punto di riferimento per il game design moderno.

Dopo un lungo periodo di silenzio, Gen Atlas è finalmente tornato a mostrarsi con il suo primo gameplay esteso, offrendo uno sguardo decisamente più approfondito sulla nuova produzione di genDESIGN. Pur senza rinunciare all’alone di mistero che da sempre caratterizza le opere di Ueda, il filmato permette di delineare con maggiore chiarezza l’identità del progetto, mettendone in evidenza le principali meccaniche, l’impostazione dell’esplorazione e l’ambiziosa direzione artistica.

Le sequenze mostrate restituiscono l’immagine di una produzione che sembra voler ampliare sensibilmente la scala delle precedenti opere del director giapponese. Gen Atlas conserva l’inconfondibile cifra stilistica che ha reso celebri i lavori di Ueda – fatta di mondi silenziosi, narrazione per immagini e design minimale – ma la evolve attraverso un vasto open world, imponenti mech da pilotare e un sistema di combattimento che appare sensibilmente più dinamico rispetto al passato.

Se le promesse verranno mantenute, il nuovo progetto potrebbe rappresentare non solo il ritorno di uno degli autori più importanti della storia del videogioco, ma anche un nuovo punto di riferimento per il genere action-adventure.

Gen Atlas - Gameplay Trailer

Una carriera costruita sfidando continuamente i limiti della tecnologia

Per comprendere la portata di Gen Atlas è necessario osservare il percorso che ha caratterizzato la carriera del suo autore.

Sin dagli esordi con ICO, pubblicato nel 2001, Ueda ha dimostrato una visione estremamente distante dagli standard dell’industria. In un periodo dominato da produzioni sempre più orientate all’azione, il director giapponese scelse di raccontare una storia fatta di silenzi, architetture monumentali e relazioni costruite esclusivamente attraverso il gameplay. Un approccio rivoluzionario che avrebbe influenzato decine di produzioni negli anni successivi.

La consacrazione arrivò però con Shadow of the Colossus, ancora oggi considerato uno dei videogiochi più importanti mai realizzati. Il titolo riuscì nell’impresa di offrire un mondo aperto di dimensioni impressionanti per l’epoca, completamente esplorabile e caratterizzato da un livello di dettaglio tecnico che sembrava semplicemente irraggiungibile su PlayStation 2.

Il team di sviluppo arrivò letteralmente a spremere ogni singola risorsa della console Sony, realizzando una produzione che ancora oggi viene studiata come uno dei più straordinari esempi di ottimizzazione nella storia del settore.

Una sfida ancora più complessa fu quella affrontata con The Last Guardian. Il progetto nacque come esclusiva PlayStation 3, ma la complessa gestione dell’intelligenza artificiale di Trico, progettata per simulare il comportamento di un essere vivente credibile e imprevedibile, impose un carico computazionale ben superiore alle possibilità dell’hardware originale. Dopo anni di sviluppo e numerosi rinvii, Sony prese la difficile decisione di trasferire l’intera produzione su PlayStation 4.

Il risultato finale dimostrò ancora una volta la volontà di Ueda di non scendere mai a compromessi con la propria visione creativa, anche a costo di affrontare cicli di sviluppo estremamente lunghi e complessi.

Oggi, grazie al suo studio indipendente e a una partnership tecnologica di altissimo livello, il game director sembra finalmente disporre della libertà tecnica necessaria per dare forma al progetto più ambizioso della propria carriera.

Gen Atlas

Un progetto che amplia radicalmente la scala delle produzioni di Ueda

L’aspetto che emerge con maggiore forza dal primo gameplay riguarda senza dubbio la scala della produzione. Se le precedenti opere di Fumito Ueda erano costruite attorno ad ambientazioni relativamente circoscritte, seppur straordinariamente dense dal punto di vista artistico, narrativo e simbolico, Gen Atlas sembra voler compiere un vero e proprio salto, dando vita a quello che appare come il mondo più vasto e ambizioso mai concepito dal game director giapponese.

Il mondo mostrato nel trailer appare sconfinato. Sconfinate distese desertiche si fondono con imponenti catene montuose, immense strutture megalitiche, giganteschi complessi industriali ormai ridotti a relitti e architetture ciclopiche che dominano l’orizzonte, suggerendo un mondo antico e segnato dal proprio passato. Ogni scorcio restituisce la sensazione di trovarsi di fronte ai resti di una civiltà perduta, trasformando il paesaggio in uno degli elementi narrativi più importanti dell’esperienza.

La scelta di adottare una struttura open world, tuttavia, sembra discostarsi dalle convenzioni che negli ultimi anni hanno caratterizzato gran parte delle produzioni del genere. Il gameplay non lascia intravedere una mappa scandita da indicatori, checklist o attività disseminate artificialmente per guidare il giocatore. Al contrario, tutto sembra essere progettato per incentivare l’esplorazione spontanea e la scoperta, ponendo la curiosità al centro della progressione.

È un approccio perfettamente coerente con la filosofia creativa di Ueda. Ancora una volta è l’ambiente a raccontare la storia, sostituendosi ai dialoghi e alle lunghe sequenze espositive. Ogni edificio in rovina, ogni relitto meccanico, ogni monumento apparentemente privo di significato sembra custodire frammenti di un passato che il giocatore sarà chiamato a ricostruire attraverso l’osservazione e l’interpretazione. Una narrazione ambientale che, da sempre, rappresenta il marchio di fabbrica delle opere del director giapponese e che in Gen Atlas sembra raggiungere una scala ancora più monumentale.

I mech non sono semplici veicoli: rappresentano il cuore dell’esperienza

L’elemento che distingue maggiormente Gen Atlas rispetto alle produzioni precedenti è rappresentato dall’introduzione dei giganteschi mech. Le enormi macchine disseminate nel mondo di gioco sembrano assumere un ruolo centrale sotto ogni punto di vista. Non si tratta semplicemente di mezzi di trasporto né esclusivamente di strumenti bellici.

Il gameplay suggerisce che ogni mech rappresenti un elemento fondamentale sia per l’esplorazione sia per la progressione narrativa. Le sequenze dedicate ai combattimenti evidenziano un sistema sorprendentemente fisico.

Ogni movimento trasmette il peso dell’acciaio, la potenza delle articolazioni meccaniche e la complessità delle strutture che il giocatore si trova a controllare. Il feedback delle collisioni appare particolarmente convincente. Gli impatti corpo a corpo restituiscono una sensazione di massa raramente osservata in produzioni appartenenti al genere action, mentre gli armamenti a distanza sembrano integrarsi in modo naturale all’interno delle dinamiche di combattimento.

Ancora più interessante risulta la gestione dell’inerzia. Le animazioni evitano l’effetto “robot leggero” tipico di molte produzioni moderne, privilegiando invece una rappresentazione credibile del peso e delle dimensioni dei mech.

game

La testa volante introduce una delle intuizioni più originali del gameplay

Tra tutte le meccaniche mostrate, una in particolare ha catturato immediatamente l’attenzione. Il protagonista utilizza infatti la testa di un mech volante come principale mezzo di spostamento. La macchina permette di sorvolare rapidamente vaste porzioni dello scenario, raggiungendo aree apparentemente isolate e facilitando l’esplorazione verticale dell’open world.

La sua funzione, tuttavia, va ben oltre la semplice mobilità. Il gameplay mostra infatti come questo dispositivo consenta di prendere possesso dei mech ormai distrutti o inattivi disseminati lungo il percorso. Una soluzione che introduce una notevole varietà nella progressione. Ogni relitto potrebbe trasformarsi in una nuova opportunità, offrendo al giocatore mezzi differenti con caratteristiche specifiche e ampliando le possibilità offerte dal sistema di gioco. È una meccanica che si inserisce perfettamente nella filosofia di Ueda: premiare l’osservazione e la scoperta piuttosto che imporre percorsi rigidamente prestabiliti.

Il nuovo volto dell’azione secondo Fumito Ueda

Sebbene l’esplorazione continui a rappresentare il cuore dell’esperienza, Gen Atlas sembra introdurre il sistema di combattimento più ambizioso mai realizzato da Fumito Ueda. Un’evoluzione significativa rispetto alle opere precedenti, che pur mantenendo intatta la filosofia progettuale del director giapponese apre per la prima volta a una componente action molto più strutturata.

Le sequenze mostrate rivelano una maggiore profondità del sistema di combattimento rispetto alle precedenti produzioni del director giapponese. Il protagonista dispone di diverse possibilità offensive, comprese armi da fuoco utili contro le creature biologiche che popolano il mondo di gioco. Tuttavia, è negli scontri contro i mech che emergono le idee più interessanti.

In una delle scene del trailer dedicato al gameplay vediamo il protagonista arrampicarsi direttamente sulla struttura di un mech nemico per comprometterne i punti vitali. Il richiamo a Shadow of the Colossus appare evidente, ma la meccanica viene reinterpretata attraverso una maggiore verticalità e un ritmo decisamente più dinamico.

Particolarmente interessante risulta anche la gestione dell’interfaccia utente, o meglio, la scelta di ridurla quasi completamente al minimo indispensabile. I punti vulnerabili dei mech non vengono evidenziati attraverso indicatori artificiali o marcatori tradizionali, ma sono suggeriti direttamente dal design delle macchine e dall’illuminazione dei loro componenti. Allo stesso modo, le superfici che possono essere utilizzate per l’arrampicata vengono indicate attraverso elementi luminosi integrati organicamente nella struttura dei giganti meccanici. È una soluzione che conferma ancora una volta la volontà di Ueda di affidarsi all’intelligenza del giocatore, evitando qualsiasi elemento invasivo che possa spezzare l’immersione.

Il risultato è una continuità evidente con le opere precedenti del director: anche quando Gen Atlas sceglie la strada dell’azione e dello spettacolo, continua a mettere al centro l’osservazione, la scoperta e il rapporto diretto tra giocatore e mondo di gioco.

Gen Atlas

Il mistero continua a essere il principale motore della narrazione

Come da tradizione nelle opere di Fumito Ueda, anche Gen Atlas sembra fondare gran parte del proprio fascino sulla forza del mistero e sulla capacità di affidare al giocatore il compito di interpretare ciò che osserva. Il gameplay trailer mostrato mantiene volutamente un profilo enigmatico, evitando qualsiasi spiegazione diretta sugli elementi fondamentali dell’avventura: l’identità del protagonista rimane ancora sconosciuta, l’origine dei giganteschi mech non viene svelata e il significato delle imponenti strutture che dominano il paesaggio continua a essere avvolto nel mistero. Persino la finalità del viaggio appare volutamente indefinita, seguendo quella filosofia che da sempre caratterizza le opere del director giapponese.

Ancora una volta il director giapponese sembra allontanarsi dalla narrazione tradizionale, preferendo costruire un’esperienza basata sull’osservazione e sulla scoperta piuttosto che attraverso spiegazioni esplicite o lunghe sequenze narrative. Il mondo di Gen Atlas appare come un enorme archivio di memorie dimenticate, dove ogni rovina, ogni struttura abbandonata e ogni dettaglio ambientale potrebbe contenere un frammento della storia di una civiltà ormai scomparsa.

Sarà quindi il giocatore a dover ricostruire progressivamente il passato di questo universo, interpretando simboli, analizzando l’ambiente e collegando elementi apparentemente scollegati tra loro. È proprio questa capacità di trasformare il mistero in uno strumento narrativo che, nel corso degli anni, ha reso le opere di Ueda profondamente riconoscibili e che in Gen Atlas potrebbe rappresentare ancora una volta uno degli aspetti più caratteristici dell’intera esperienza.

Quando uscirà Gen Atlas?

Al momento, il team di sviluppo non ha ancora comunicato una finestra di lancio ufficiale per Gen Atlas.

Il director giapponese ha tuttavia rassicurato gli appassionati, confermando che la produzione sta procedendo secondo i piani e che lo studio intende evitare i lunghi tempi di sviluppo che avevano caratterizzato The Last Guardian.

Una dichiarazione particolarmente significativa considerando il travagliato percorso produttivo del precedente progetto, che lascia intendere come Gen Atlas abbia ormai raggiunto una fase di sviluppo decisamente più avanzata rispetto ai precedenti lavori.

Ciao sono Luca un videogiocatore di 27 anni e vivo a Brescia. Sempre alla ricerca di nuove esperienze nel settore videoludico e cinematografico.