Il leggendario franchise horror diventa videogioco per la prima volta questo agosto
Negli anni Novanta, quando ero adolescente, ci fu un boom particolarmente diffuso di un certo tipo di pubblicazioni editoriali. Stephen King era all’apice e iniziava a diventare un punto di riferimento letterario, ma soprattutto di genere, anche a livello internazionale. It è del 1986, il prodotto audiovisivo in due episodi del 1990, e in Italia iniziò a farsi strada tutto quell’immaginario iconico che lo ha reso molto pop.
Creepshow nacque in forma di film a episodi nel 1982, dalla passione per i fumetti horror della EC Comics degli anni ’50, quelli originali di William Gaines (Tales from the Crypt, Vault of Horror, The Haunt of Fear ) che Stephen King e George Romero condividevano. Io lo scoprii anni dopo, quando ormai avevo già dato il mio cuore a King, e nonostante fosse un prodotto un po’ troppo scanzonato per una ricercatrice del vero brivido e dell’orrore più cruento come me, ho sin da subito apprezzato il chiarissimo omaggio a un certo tipo di rappresentazione dell’horror: quello di serie B.
Per King i B-movie sono come il lato B di un disco: è lì che si trovano le tracce più sperimentali e libere, e dove, spesso, ci si trovano le migliori gemme di un album.
Pertanto, una volta saputo dell’imminente uscita ad agosto del videogioco Creepshow, mi sono molto gasata, ed ecco perché sono qui non solo a parlare di questa interessante versione videoludica, ma anche per rispolverare quell’immaginario nostalgico di chi, come me, ha subito il fascino di un certo tipo di cultura pop di quegli anni.
Da dove nasce Creepshow
Negli anni ’50, la EC Comics di William Gaines pubblica una serie di albi horror che diventano rapidamente un caso culturale – e poi un caso sociale. Tales from the Crypt, Vault of Horror, The Haunt of Fear: storie brevi, grottescamente moralistiche, introdotte da narratori mostruosi. I personaggi sono avidi, perfidi, meschini, e i loro destini proporzionalmente atroci. Non c’è redenzione. C’è solo la punizione, servita con ironia nera e illustrazioni esplicite. Le associazioni dei genitori fanno di tutto per fermare la pubblicazione. Ci riescono, a metà anni ’50. Ma il seme ormai è già piantato.
Tra i ragazzini che quegli albi li leggevano di nascosto ci sono Stephen King e George Romero. Decenni dopo, quando decidono di lavorare insieme, l’omaggio è la forma più naturale che il progetto potrebbe prendere. King scrive le storie, Romero le dirige: nel 1982 esce Creepshow, film antologico in cinque episodi che replica consapevolmente la struttura, il tono e l’estetica di quei fumetti proibiti. Colori saturi e innaturali, inquadrature che mimano le vignette, uno Zio Creepy che introduce le storie. Il film non si prende sul serio – e questa è precisamente la sua forza. L’horror scanzonato, quello che non si vergogna del proprio gusto per il grottesco, ha una libertà più ampia rispetto a un horror definibile “serio”. Si presenta al mondo senza pretese se non quella – che più che una pretesa è un augurio – di far divertire.


Sempre nel 1982 esce anche un fumetto omonimo: testi di King, disegni di Bernie Wrightson – illustratore di culto, già noto per un Frankenstein che rimane tra i lavori grafici più impressionanti del genere. L’albo è pensato per accompagnare il film, ma nella finzione narrativa funziona al contrario: è il fumetto che il bambino del prologo sta leggendo di nascosto, è il fumetto che il padre gli strappa di mano. Il prodotto reale nasce dopo il film, ma nella storia è il film a nascere dal fumetto. Un cortocircuito volutamente giocoso, perfettamente in linea con lo spirito del franchise.
Seguono due sequel cinematografici – il secondo con King e Romero ancora coinvolti, il terzo senza alcuna autorialità degna di nota – e poi un lungo silenzio, interrotto nel 2019 quando Shudder commissiona a Greg Nicotero una serie antologica che riprende il formato originale. Nicotero, già responsabile degli effetti speciali di produzioni come The Walking Dead, costruisce uno show di quattro stagioni in cui ogni episodio contiene due storie autoconclusive, introdotte da uno Zio Creepy silenzioso e burattinaio. La serie non raggiunge i livelli del film – poche antologie seriali riescono a mantenersi costanti – ma preserva l’estetica pulp e il tono grottesco che rendono riconoscibile il franchise a distanza di decenni. Skybound Entertainment, la casa editrice di Robert Kirkman, inaugura parallelamente una serie a fumetti ispirata allo show, con storie originali firmate da autori diversi per ogni numero.

Ciò che attraversa tutto – gli albi EC Comics, il film del 1982, la serie Shudder, i fumetti Skybound – è sempre la stessa cosa: un’estetica da teatrino dell’orrore, dove la morale c’è ma non si prende troppo sul serio, dove il sangue è abbondante ma il ghigno è ancora più abbondante, dove ogni storia è un piccolo contratto tra autore e lettore: sai già che finirà male, siediti e goditi il viaggio.
È esattamente questo patto che il videogioco di DreadXP e PHL Collective si trova a raccogliere.


Il gioco: dentro un episodio di Creepshow
Annunciato per la prima volta nel 2022 e poi sparito nel silenzio per tre anni, Creepshow arriva su PC via Steam nell’agosto 2026. È il primo adattamento videoludico ufficiale del franchise – un fatto che, da solo, vale già la pena sottolineare: quarantaquattro anni di film, fumetti e serie televisiva, e il medium videoludico non era ancora stato esplorato.
A svilupparlo è PHL Collective, studio con una lunga storia nel campo dei giochi su licenza. La direzione creativa è affidata a Brian Clarke, fondatore di DarkStone Digital e autore di The Mortuary Assistant – gioco horror uscito nel 2022 che ha costruito la sua reputazione su un approccio meticoloso all’atmosfera e sulla capacità di trasformare situazioni ordinarie in qualcosa di genuinamente disturbante. Clarke è una figura interessante da menzionare: tredici anni di carriera in studi AAA come EA Mythic e Disney Interactive, poi la scelta di lasciare tutto per fare giochi da solo, nella propria cantina, esattamente come si conviene a un certo tipo di horror artigianale. Per Creepshow torna a lavorare in un contesto più ampio, portando con sé quella sensibilità per il dettaglio e per la tensione lenta che aveva caratterizzato il suo lavoro precedente. Il publisher è DreadXP, etichetta indie specializzata in horror che con Clarke ha già una storia consolidata proprio a partire da The Mortuary Assistant.


Il gioco è un’avventura punta e clicca narrativa – una scelta di genere che non è casuale. Il punta e clicca è il formato che meglio si presta a raccontare storie a ritmo controllato, dove l’interazione serve a scandire la tensione più che a risolverla con l’azione. È anche, storicamente, il formato dei giochi horror più atmosferici, quelli che puntano sulla costruzione del senso di inquietudine piuttosto che sullo spavento immediato.
La struttura rispecchia quella del franchise: un’antologia. C’è una storia cornice – Danny e i suoi amici alle prese con la sparizione del padre, una giornata al centro commerciale che prende una piega molto, molto peggiore – e due racconti autonomi che si innestano su questa. Il punto di raccordo tra le storie è The Reader, una cartomante misteriosa che funziona come narratore diegetico: l’equivalente ludico dello Zio Creepy, di quei presentatori grotteschi che introducevano ogni episodio negli albi EC Comics e poi nel film di Romero. Il patto con lo spettatore – o in questo caso col giocatore – è lo stesso di sempre: sai che andrà male, siediti e goditi il viaggio.

Sul piano estetico, il gioco dichiara apertamente la sua fedeltà al franchise: visuals ispirate al fumetto pulp, umorismo nero, gore controllato. Chiare vibrazioni anni Ottanta anche nella scelta musicale. Un insieme di elementi che dice molto su dove il gioco vuole posizionarsi.
Non è un horror di tensione psicologica raffinata. Si avvicina di più alla messa in scena di un teatrino dell’orrore interattivo, dove il piacere sta nel riconoscere i meccanismi mentre si viene trascinati dentro.
Aspettando agosto
Al momento non è disponibile una data precisa di uscita, solo la finestra di agosto 2026. Io sono molto impaziente di provarlo, sia per un’aspettativa personale da nostalgica fan di un certo stile, che per la reale curiosità di toccare con mano cosa PHL Collective è riuscita a fare. A giudicare da questa primissima impressione, sono abbastanza sicura che il giusto mood sia stato in grado di trasporlo.
Parliamo di competenze di un certo livello e di un gusto estetico e culturale peculiare, che insieme possono dar vita a un’esperienza. Cosa può mai andare storto?
In On Writing, King scrive che creare è come l’acqua della vita: è gratuita, e chi la produce dovrebbe semplicemente invitare gli altri a bere. Parla della scrittura, nello specifico, ma si riferisce alla creazione in sé, l’atto di dare forma a un’idea e metterla nel mondo perché qualcuno possa abitarla. È il pensiero che torna ogni volta che ci troviamo davanti a un progetto indie che ha scelto di credere in se stesso fino in fondo. Dateci da bere.

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