Tra il giovane Kratos di Sons of Sparta e il viaggio di Faye nell’Everywhen: il percorso di God of War oltre la saga norrena
Ogni volta che mi trovo a parlare di God of War non posso evitare di farlo in modo particolarmente personale. Tutto quello che scrivo è frutto di una mia opinione, ma quando c’è di mezzo Kratos divento un filo più parziale.
Dunque questo non sarà uno dei miei soliti articoli composti sia da aspetti meramente informativi che dal giudizio personale, in questo articolo voglio fare la stessa cosa che ho fatto con gli altri due che ho già scritto: un ragionamento personale sul tema.
Il tema di questa volta, però, non riguarda uno specifico titolo di God of War.
Dopo l’uscita di God of War: Ragnarök nel 2022, la domanda che avevamo in tanti era: e adesso?
Una serie non deve per forza diventare infinita solo per compiacere il pubblico, ma c’è un fatto che, almeno per quanto riguarda me, ha dato luogo a un pensiero: se Santa Monica ha fatto il salto, passando dalla mitologia greca a quella norrena, allora chissà cosa ci aspetta dopo.

La curiosità in tal senso era inevitabile. Ricordo che c’era chi ipotizzava o auspicava una versione di God of War nell’Antico Egitto. Ovviamente con Kratos come protagonista.
Lo scrissi poco dopo l’uscita di Ragnarök, che, a mio avviso, Santa Monica aveva decretato la chiusura definitiva dell’arco narrativo di Kratos. Non lo hanno ucciso – diversamente da tutti gli altri titoli “greci”, in cui, in un modo o in un altro, Kratos sembrava ogni volta aver concluso la sua esistenza –, ma ha dato l’impressione di averlo mandato in pensione. Dunque il padre passa la palla al figlio e il nuovo possibile protagonista aveva senso che fosse Atreus (Loki).

Ricordo un’accesa insurrezione popolare, riguardo Atreus che non avrebbe mai potuto reggere il confronto con Kratos, in quanto a carisma, e in parte sono d’accordo. Tuttavia, ammetto che mi sarebbe molto piaciuto un titolo – o più di uno – sul percorso adulto di Atreus; personaggio che, secondo me, ha un grandissimo fascino – soprattutto perché è ambiguo –, e, seppure in modo diverso, ha una bella tridimensionalità, forse anche più di Kratos, che all’inizio appariva un uomo di poche pretese – con God of War del 2018 abbiamo avuto conferma che, in realtà, è un personaggio molto complesso.
Ma tutte queste chiacchiere stavano a zero, perché in quel periodo Santa Monica rispose, in merito a un possibile prosieguo, che non avevano intenzione di portare avanti la saga norrena di God of War; ci sarebbe voluto troppo tempo e loro avevano il bisogno, o comunque la volontà, di fare qualcosa di diverso.
Personalmente mi ero rassegnata all’idea che non avrei più avuto la gioia di rientrare nel mondo di Kratos, soprattutto perché sono la prima convinta del fatto che quando un autore decide che una storia è finita, è così, punto. Ed è giusto.
Tuttavia, ecco che due belle sorprese – egoisticamente parlando – compaiono all’orizzonte, a poca distanza l’una dall’altra: l’uscita del metroidvania sviluppato da Mega Cat Studios, con la collaborazione di Santa Monica, God of War: Sons of Sparta, e il rilascio di un video sul gameplay del prossimo titolo di cui Santa Monica ha annunciato l’uscita – possibilmente a marzo del 2027 –, che si intitola God of War Laufey.
Cosa succede agli dei quando vanno nell’aldilà? Ma soprattutto, chi è Laufey?
Grazie al video di gameplay rilasciato da Sony circa un mese fa, in cui ci presentavano questo nuovo progetto, abbiamo visto chi sarà il prossimo protagonista di God of War e il titolo ce lo dice, anche se non è subito immediato.
Perché Laufey è il vero nome di Faye, ovvero la figura che compare come protagonista in questo primo stralcio di gameplay.
Faye è la misteriosa seconda moglie di Kratos, conosciuta a Midgard, presumibilmente. Con Ragnarök abbiamo visto qualcosa in più di lei, ad esempio il suo aspetto, ma è comunque rimasta una figura quasi criptica. Era un gigante, una guerriera, questo lo sappiamo, tuttavia ci manca tanto di lei per conoscerla davvero, e sembra un personaggio parecchio interessante; già solo il fatto che si sia innamorata di un Kratos sempre più inacidito e, forse, anche rassegnato, dice molto di lei e della sua apertura mentale.


Io sono entusiasta di conoscere Faye e non vedo l’ora, anche perché mi ha conquistata subito, a partire dai primissimi minuti di video sul gameplay.
Le parole di Deborah Ann Woll, che la interpreta, spiegano molto bene questo mio sentimento, e si dice anche lei entusiasta e felice di conoscere Faye in quanto persona completa.
“Adoro quanto sia acrobatica Faye. Penso che il gameplay di Kratos sia fantastico perché lui è un combattente potente, con quella forza bruta. E Faye è altrettanto forte e altrettanto brava come guerriera, ma il suo gameplay è fatto di rotazioni, colpi sferzanti e capriole, tutto in aria. E questo ci permette di mostrare che ci sono tanti modi diversi di essere un guerriero.”
Nel cast, come possiamo vedere dal video qui sopra, c’è persino Jack Quaid, l’eroico Hughie Campbell di The Boys, che interpreta Phranque, un cubo cosmico, che rappresenta una figura protettrice per coloro che finiscono nei guai in questa dimensione fatta di lotte costanti.


Dunque la Santa Monica ha deciso di tornare nel contesto norreno?
Non proprio.
Faye è sì un personaggio nato nel tessuto norreno, ma ci sta che questo aspetto di God of War venga mantenuto – ormai ha lo stesso peso di quello greco.
Ad ogni modo, non è per questo che ha senso la scelta fatta da Santa Monica.
Faye è morta – il gioco inizia proprio quando Kratos accende la pira come rituale funerario –, dunque non si trova a Midgard, ad esempio, o a Sparta, ma si trova nell’aldilà degli dèi, chiamato Everywhen, dove divinità spietate di mitologie diverse si contendono il potere.

Questa è la prima volta che il franchise si muove formalmente oltre i contenuti greci e norreni, con l’Everywhen che riunisce divinità di più mitologie, tra cui quella egizia e quella mongola. Quindi strutturalmente è presentato come qualcosa che supera il perimetro norreno, non che lo prolunga. Ma soprattutto si prospetta come un completamento, in cui tutto potrebbe avere un senso più ampio e interessante.
E Kratos? Ci sarà?
Alzi la mano chi si è chiesto: ma com’era Kratos da bambino?
Com’era la sua vita prima che la lunga sfilza di traumi gliela stravolgesse?
Parliamoci chiaro, questo l’ho già detto ma lo ribadisco: Kratos è God of War e viceversa. Si parla di diversi dei della guerra, e in Laufey probabilmente anche di più, ma il vero, unico, inimitabile, iconico Dio della Guerra per noi resta Kratos.
Non sappiamo come sarà il suo futuro – se ci sarà –, ma grazie a Mega Cat Studios sappiamo com’era quando ancora conduceva una vita normale, da spartano normale, in compagnia di suo fratello, lo stesso che, in God of War: Ghost of Sparta, Kratos si troverà ad affrontare.

la figura di Deimos è sempre stata un esempio di uno dei tanti traumi di Kratos, anzi, credo che si possa considerare il primo vero trauma di Kratos proprio il momento in cui Ares, in compagnia di Atena, arriva nel suo villaggio e porta via il fratello, nato con una vistosa voglia sul corpo e sul viso, che aveva tratto in inganno gli dei, i quali avevano ricevuto una funesta previsione: in futuro, un uomo con quei segni sul corpo, avrebbe distrutto l’Olimpo.
Peccato che avessero preso il fratello sbagliato e il tutto non è andato a finire bene.
Pur avendo una tale importanza nella vita e nelle scelte di Kratos – è in questo momento che si procura la celebre cicatrice sull’occhio destro, per dire… –, a Deimos non è stato dedicato molto spazio – a parte il Ghost of Sparta già citato, tra l’altro disponibile solo per PSP –, quindi mi ha fatto un immenso piacere scoprire che qualcuno se l’era preso a cuore e avesse deciso di dargli personalità e voce.
Quand’è uscito, il 2 febbraio di quest’anno (2026), ho letto e sentito varie polemiche in giro. Le solite, in un certo senso: quando un prodotto sacro, come God of War, viene toccato – a volte anche dagli stessi autori –, c’è sempre il timore che lo si possa impoverire o screditare.
A mio avviso, Mega Cat ha fatto un lavoro pulitissimo, tra l’altro in collaborazione con la stessa Santa Monica, come accennato, con tanto di benedizione, presumo, e pubblicato da Sony; ha dato spazio a una porzione non troppo condizionante della vita di Kratos, in un formato che, per forza di cose, avrebbe comunque reso l’esperienza godibile.
Il genere metroidvania è molto amato per varie ragioni, e quand’è realizzato bene, magari con elementi originali che lo rendono peculiare – vedi Prince of Persia, Hollow Knight, Blasphemous… –, lo si ama ancora di più.
Sons of Sparta non è solo un metroidvania fatto bene, molto godibile, con un impianto classico ma assolutamente intrattenente, è anche un piccolo omaggio a una figura fin troppo trascurata.


Deimos, infatti, viene rappresentato in modo molto preciso: fa da contrappeso a un giovane Kratos piuttosto rigido e fanatico – insomma, era un rompiscatole anche da bambino: brontolone e severo.
Deimos, invece, è il suo opposto: è vivace, curioso, ribelle, si prende a cuore gli altri e il loro destino. È piccolo ma pensa già all’amore – ha una cotta per Amara, una ragazza del villaggio.
È proprio lei il motore dell’avventura. La causa scatenante è il ritrovamento di Vasilis, un compagno scomparso, ma il motivo per cui Deimos, dopo tante insistenze, riesce a convincere Kratos ad aiutarlo a cercarlo, è per fare bella figura con lei.
Mega Cat lo descrive così:
“Anche all’ombra di una leggenda, Deimos brilla di luce propria. Audace, spavaldo e indomabile, affronta ogni sfida a testa alta, dimostrando che il coraggio non si misura solo con il dovere, ma con la forza di seguire la propria strada.”
Durante questa ricerca, in un mondo come sempre sospeso tra realtà, mito e fantastico, il rapporto tra fratelli emerge, anche se cede il passo al gameplay e all’avventura. Tuttavia, a me è bastato per capire come fossero le loro personalità prima del dramma.
Kratos l’ho trovato squisitamente in character, anche se piuttosto diverso rispetto alla sua versione adulta: è molto rigido, come detto, è aggressivo, ma anche saggio. Il suo pragmatismo lo distingue in tutto e per tutto: dal trovare soluzioni agli ostacoli, al cercare di evitare punizioni. Allo stesso tempo, la sua forte dignità lo spinge sempre e comunque ad accettare la responsabilità delle sue scelte.

Deimos è il suo “diavoletto”, il suo “Lucignolo”, che lo porta a disubbidire. Ma Kratos lo fa per una ragione, anche se non vorrebbe: si fida di suo fratello e del suo intuito. Si fida dei suoi principi e sotto sotto li condivide, anche se è quasi sempre più forte il senso di obbedienza.
Tutto questo, e molto di più, riesce a venire a galla, nonostante ci sia una – giusta – scelta di dare maggior spazio all’aspetto ludico più che a quello narrativo.
Dunque che fine farà Kratos?
In questi mesi, a partire da febbraio, il tema God of War è tornato a suscitare l’interesse del pubblico che, come spesso accade, è un po’ spaccato a metà, e anche nel caso di Laufey si è tirato di nuovo in ballo il problema dell’ “ideologia woke”, la quale sbuca fuori quasi ogni volta che c’è una figura femminile protagonista di un videogioco.
A molte eroine, come Senua, è stata in parte risparmiata questa “gogna mediatica”, ma mi viene in mente Aloy in Horizon, oppure Abby in The Last of Us Part II, che, seppure per motivi diversi, aveva subito l’odio di molti.
Personalmente, trovo che la scelta di un personaggio femminile come protagonista, in particolare di Faye/Laufey, sia interessante e quasi necessaria, arrivati a questo punto. Ma non necessaria a dare rappresentazione alla figura femminile in un videogioco, quanto a conoscere meglio questo importante personaggio nella vita di Kratos – esattamente come Deimos grazie a Sons of Sparta –, che fa da perfetto tramite per accedere a quello che, alla fine, racchiuderà l’intero universo di God of War.
Non possiamo fare altro che aspettare con trepidazione.

