Un rilassante cozy game in pixel art che unisce le atmosfere di Stardew Valley al fascino enigmatico di un giallo rinascimentale: Velanit: The Forgotten Cottage ci ha già stregati.
Siamo onesti, e proviamo a dircelo senza filtri, senza quell’automatismo quasi cinico che abbiamo sviluppato nel corso degli anni ogni qualvolta che un nuovo videogioco compare davanti ai nostri occhi: abbiamo imparato a guardare troppo in fretta.
Non osserviamo più davvero. Scorriamo, consumiamo, cataloghiamo. È diventato un riflesso quasi involontario, una conseguenza naturale e inevitabile dell’epoca in cui viviamo e del modo in cui oggi il medium videoludico viene presentato, promosso e assorbito. Un tempo fatto di annunci continui, trailer compressi in pochi secondi, social network che trasformano ogni gioco in un’immagine da assimilare prima di passare alla successiva. E così ci siamo abituati a formulare giudizi quasi istantanei. A convincerci di aver compreso qualcosa ancora prima di avergli concesso il tempo necessario per raccontarsi davvero.
Bastano pochissimi elementi per attivare questo processo. Una precisa palette cromatica. Un’inquadratura suggestiva. Una direzione artistica riconoscibile. Una grafica in pixel art dai toni caldi e morbidi. E poi ancora: qualche meccanica intravista di sfuggita – crafting, decorazione, raccolta di risorse, ritmi lenti, atmosfere contemplative. Quanto basta perché il cervello completi da sé il resto. “Ah, sì. Ho capito.” È una reazione istintiva, quasi inevitabile. E, in un certo senso, profondamente umana. Perché il mercato videoludico contemporaneo ci mette costantemente di fronte a un numero tale di stimoli, uscite e promesse da costringerci a selezionare in fretta dove investire il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra curiosità.
E quando si è esposti a centinaia di giochi ogni anno, lo sguardo impara per necessità a semplificare. A riconoscere schemi ricorrenti. A trasformare esperienze complesse in categorie immediate, rassicuranti, facilmente archiviabili.
Il problema è che, a volte, questa velocità ci fa perdere qualcosa. Qualcosa di importante. Qualcosa che non si lascia comprendere nei primi dieci secondi di un trailer. Ed è esattamente qui che nasce il rischio più grande per Velanit: The Forgotten Cottage. Un rischio quasi paradossale: quello di venire frainteso proprio a causa della sua apparente familiarità.

Perché sì, a una prima occhiata potrebbe sembrare “uno dei tanti”. Un altro cozy game incentrato sul restauro di uno spazio dimenticato. Un’altra esperienza rilassante costruita attorno al piacere della lentezza, della cura, della quotidianità. E sarebbe persino facile liquidarlo così, archiviandolo mentalmente ancora prima di approfondire davvero ciò che sta cercando di essere.
Ma sarebbe comunque un errore. Un errore comprensibile, certo, ma pur sempre un errore. Perché basta soffermarsi un istante in più – concedere al gioco uno sguardo meno distratto, meno condizionato – per capire che sotto la superficie di Velanit si muove qualcosa di profondamente diverso. Qualcosa di più fragile, più personale, più stratificato.
Una sensibilità che affiora con lentezza, quasi in punta di piedi, senza mai sentire il bisogno di imporsi con forza. Ed è forse proprio questa la prima vera qualità che colpisce del progetto: la sua apparente volontà di sottrarsi a ogni forma di aggressività comunicativa, scegliendo invece la via più rara e più difficile, quella della discrezione, della misura e dell’intenzione.
Velanit: The Forgotten Cottage non alza mai la voce. Non cerca disperatamente di farsi notare, non costruisce il proprio fascino sull’eccesso. Sembra piuttosto chiedere una cosa estremamente rara nel panorama contemporaneo: tempo. Tempo per essere osservato. Tempo per essere ascoltato. Tempo per essere compreso. Ed è una richiesta che oggi quasi nessun videogioco osa più fare, perché il mercato stesso sembra premiare tutto ciò che riesce a colpire immediatamente, tutto ciò che può essere sintetizzato in un colpo d’occhio, tutto ciò che diventa riconoscibile e condivisibile nel minor tempo possibile. Velanit, invece, sembra appartenere a un’altra filosofia creativa. Una filosofia più silenziosa, più intima, più vulnerabile.
Per comprenderlo davvero bisogna partire da un concetto fondamentale: il cozy gaming, negli ultimi anni, ha smesso di essere semplicemente un genere. È diventato un linguaggio culturale. Un’estetica. Una precisa promessa emotiva. Per moltissimi giocatori rappresenta un rifugio, uno spazio mentale, una forma di conforto in un’epoca dominata da ritmi sempre più aggressivi e frammentati. Ed è bellissimo che il medium videoludico abbia finalmente imparato a parlare anche questa lingua. Una lingua fatta di lentezza, contemplazione, cura, silenzi e piccoli gesti quotidiani.
Ma proprio perché il cozy gaming è cresciuto enormemente, conquistando un pubblico sempre più vasto e trasversale, oggi si trova anche davanti a una sfida inevitabile: quella della ripetizione. Perché quando un linguaggio diventa così riconoscibile, così immediatamente leggibile, il rischio è che a poco a poco si irrigidisca in formula. E le formule, col tempo, finiscono spesso per smarrire proprio quella scintilla emotiva che inizialmente le aveva rese così speciali.
Oggi abbiamo imparato a riconoscere quasi istintivamente i tratti distintivi del cozy gaming: i ritmi lenti, le attività cicliche ma appaganti il focus sul relax, il piccolo villaggio da vivere, il ciclo giorno-notte, il farming, la decorazione, quella quotidianità costruita attorno a gesti semplici e rassicuranti. Sono ingredienti che conservano intatto il loro fascino, certo, ma che proprio per la loro diffusione rischiano talvolta di perdere unicità, fino a confondersi in un immaginario sempre più uniforme.
Ed è qui che Velanit inizia lentamente a distinguersi. Non perché rinneghi il genere cozy. Non perché voglia distruggerne le fondamenta. Ma perché sembra volerle contaminare con qualcosa di diverso. Con qualcosa di più malinconico, più ambiguo, più umano. Perché il cuore del progetto non sembra risiedere semplicemente nella costruzione di comfort. Non riguarda soltanto il piacere di restaurare uno spazio o la soddisfazione progressiva tipica delle esperienze gestionali. Velanit dà costantemente l’impressione di voler parlare soprattutto del rapporto emotivo con ciò che è stato lasciato indietro.


Ed è una differenza sostanziale. Quel cottage affacciato sulle coste mediterranee non appare mai come uno spazio neutro, pronto a essere semplicemente plasmato secondo il gusto del giocatore. Non è una casa qualunque da arredare o decorare: è un luogo che sembra custodire memoria, un ambiente che porta addosso il peso del tempo, delle assenze, delle vite che lo hanno abitato prima di noi. Le pareti consumate, le crepe lasciate dal tempo, gli oggetti dimenticati, gli spazi rimasti in sospeso nel silenzio contribuiscono a dare l’impressione di un posto che ha continuato a esistere anche senza la nostra presenza.
E questa percezione cambia radicalmente il senso stesso dell’interazione. Restaurare, qui, non significa soltanto riparare o rimettere ordine: significa entrare in relazione con ciò che quel luogo è stato, con ciò che ha perduto e con ciò che ancora trattiene in silenzio. È quasi come se il gioco trasformasse ogni gesto di restauro in una forma di ascolto. Ed è proprio qui che Velanit rivela la sua seconda anima: più enigmatica, più sfuggente, più inquieta. Perché sotto la quiete apparente del suo mondo si avverte costantemente la presenza di qualcosa che sembra non combaciare del tutto.
Una tensione lieve, mai invadente ma sempre presente. Un mistero che non spezza l’atmosfera dell’esperienza, bensì la attraversa in silenzio, insinuandosi tra gli spazi e i silenzi con una delicatezza quasi impercettibile. Come polvere che danza nella luce del tramonto. Come polvere sospesa nella luce calda del tramonto. Come l’aria immobile di una stanza rimasta chiusa troppo a lungo. Come una memoria lontana che riaffiora lentamente, senza rivelarsi mai completamente. Ed è proprio attorno a questa sottilissima ambiguità emotiva che Velanit sembra costruire il cuore del proprio fascino. Ti invita a rilassarti, ma allo stesso tempo ti spinge continuamente a osservare meglio. A chiederti cosa sia accaduto davvero in quel luogo.
Ed è qui che il progetto smette definitivamente di sembrare “solo” un cozy game. Perché il comfort diventa semplicemente il punto di accesso emotivo verso qualcosa di più profondo. Verso una riflessione sulla memoria. Sull’abbandono. Sul recupero. Sulle tracce che lasciamo dietro di noi. E forse è proprio questa stratificazione a renderlo così interessante. La sensazione che dietro ogni elemento esista una precisa intenzione autoriale. Che nulla sia stato inserito semplicemente perché “funziona”. Che ogni scelta visiva, narrativa e atmosferica risponda invece a una sensibilità autentica.
Ed è impossibile non percepire, dietro tutto questo, la mano della sua giovanissima autrice. Una mano sorprendentemente consapevole. Perché Velanit trasmette qualcosa che oggi è diventato rarissimo: personalità. Non sembra costruito seguendo una checklist di tendenze. Non appare come il prodotto di un algoritmo creativo. Ha invece quella qualità fragile ma preziosa che appartiene alle opere nate da una necessità espressiva reale. Come se esistesse perché aveva davvero bisogno di esistere.
E questa sensazione permea ogni singolo aspetto del progetto, dalla splendida pixel art fino al modo in cui viene immaginata e costruita la sua ambientazione mediterranea. Un Mediterraneo che qui non è semplice cartolina estetica, ma presenza viva, culturale, quasi sensoriale. La luce calda che si adagia sulle superfici consumate dal sole e dal tempo. La vegetazione spontanea che si riappropria lentamente degli spazi. La pietra vissuta, segnata dagli anni, dalle intemperie, dalle memorie. Il respiro quieto di luoghi che sembrano custodire ancora storie antiche, silenzi rimasti sospesi, vite passate mai davvero svanite. Velanit non utilizza il Mediterraneo come semplice sfondo scenografico: lo abita, lo ascolta, lo comprende, restituendolo con una sensibilità e una delicatezza rare, di quelle che nel medium si incontrano sempre più di rado.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui il gioco riesce a colpire così profondamente già in questa fase, ancora prima di avere davvero il controller tra le mani. Perché dietro la sua estetica accogliente, dietro la bellezza delle sue immagini e la quiete apparente della sua atmosfera, si percepisce qualcosa di incredibilmente sincero. Una fragilità creativa. Una sensibilità autentica. La sensazione di trovarsi davanti a un progetto che non vuole semplicemente intrattenere, ma creare uno spazio emotivo da abitare, un luogo con cui entrare lentamente in relazione, ancora prima che un semplice videogioco da consumare.
Forse, allora, il modo migliore per avvicinarsi a Velanit: The Forgotten Cottage è proprio questo:rallentare. Mettere da parte, almeno per un istante, l’urgenza di classificare tutto subito, di ridurre ogni nuovo gioco a una somma di etichette ancora prima di averlo davvero compreso. Concedergli un’attenzione diversa. Più autentica. Più paziente. Quella curiosità che non pretende risposte immediate, ma sceglie prima di tutto di osservare, ascoltare e lasciarsi guidare.
Perché, di tanto in tanto, nel rumore incessante di un’industria che ci spinge continuamente a passare oltre, arriva ancora qualche progetto che ci ricorda quanto il videogioco sappia essere speciale quando qualcuno sceglie di usarlo non soltanto per intrattenere, ma per esprimere qualcosa di personale. E Velanit, con il suo sole mediterraneo, i suoi silenzi densi di memoria e quella sottile malinconia che sembra vibrare dietro ogni singolo pixel, ha tutta l’aria di appartenere proprio a quella rarissima categoria di opere: quelle che non chiedono soltanto di essere giocate, ma anche – e soprattutto – sentite.
Ana: la mente, il cuore e l’anima dietro Velanit: The Forgotten Cottage
Lasciare un lavoro stabile. Abbandonare una quotidianità costruita con pazienza, un giorno dopo l’altro. Rinunciare a quella sicurezza che, nel bene e nel male, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una zona di comfort dalla quale prendere le distanze diventa, col tempo, sempre più difficile. E poi scegliere comunque di farlo. Scegliere, con lucidità e coraggio, di mettere tutto in discussione per inseguire i propri sogni. Accettare il rischio, l’incertezza, la paura di fallire, pur di compiere quel salto nel vuoto che molti immaginano, ma che soltanto in pochi trovano davvero la forza di affrontare.
Dietro la nascita di Velanit: The Forgotten Cottage c’è prima di tutto questo.
C’è una storia profondamente umana. Una storia fatta di rinunce, esitazioni, paure e ambizioni. Una storia che parla di fragilità, ma anche di quella forma rarissima di ostinazione che appartiene a chi, a un certo punto della propria vita, smette di chiedersi se sia realistico inseguire un sogno e decide semplicemente di concedersi la possibilità di provarci davvero.

Chi ci legge da tempo conosce bene il nostro modo di raccontare i videogiochi. Sa quanto, per noi, sia importante spingerci oltre la superficie di un’opera. Oltre i trailer, oltre le meccaniche, oltre quella descrizione tecnica che troppo spesso, nel ritmo frenetico con cui oggi consumiamo il medium, rischia di ridurre tutto a una rapida catalogazione fatta di etichette, riferimenti e paragoni immediati. Perché soprattutto nel panorama indipendente un videogioco non nasce quasi mai soltanto da un’idea creativa ben costruita. Nasce da esperienze vissute. Da inquietudini personali. Da emozioni sedimentate nel tempo. Nasce, molto spesso, da un bisogno autentico di esprimere qualcosa che a parole sarebbe impossibile raccontare con la stessa sincerità.
Ed è esattamente questa sensazione che si percepisce osservando Velanit. Perché dietro il cottage da restaurare, dietro la malinconia mediterranea che permea i suoi scenari, dietro quel senso costante di memoria, recupero e riscoperta, si avverte chiaramente la presenza di qualcosa di profondamente personale. Quasi intimo. Quella presenza ha un nome preciso: Ana.
Ana è la fondatrice di Ivasan Games. Ma soprattutto, Ana è l’unica artefice di Velanit: The Forgotten Cottage. L’unica mente dietro il concept, l’unica mano dietro la sua costruzione, l’unica sensibilità dietro il suo immaginario visivo e narrativo. Una giovane sviluppatrice solista che, dal piccolo appartamento in cui vive nel cuore di Barcellona, non sta semplicemente sviluppando un videogioco: sta trasformando una scelta di vita in qualcosa di tangibile, concreto, profondamente suo.
E forse è proprio questo l’aspetto più affascinante dell’intero progetto.
Perché per comprendere davvero ciò che rende Velanit così autentico, così delicato e così emotivamente riconoscibile, bisogna inevitabilmente partire dalla sua autrice. Dal percorso che l’ha portata fin qui. Dalle paure che ha dovuto affrontare. Dalle rinunce. Dai dubbi. Da quella lenta e silenziosa presa di coscienza che, col tempo, le ha fatto capire quanto sia doloroso continuare a vivere una vita che, pur funzionando “sulla carta”, non riesce più a farci sentire davvero vivi.
Prima di intraprendere questo percorso, Ana lavorava come software engineer: una di quelle professioni che, agli occhi di molti, incarnano in modo quasi esemplare l’idea di successo. Stabilità, sicurezza economica, prospettive solide, un cammino professionale definito e privo di apparenti incertezze. La classica vita che, dall’esterno, viene spesso percepita come un traguardo, come il punto d’arrivo ideale dopo anni di studio e sacrifici. Eppure, come accade molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, ciò che appare giusto, razionale e perfino invidiabile agli occhi degli altri non coincide necessariamente con ciò che, nel profondo, riesce davvero a renderci felici.
Dietro quella quotidianità grigia si era fatta strada, nel tempo, una sensazione sempre più difficile da ignorare: quella di una vita stabile solo in superficie, ma non pienamente coerente con ciò che Ana sentiva di essere. Un ambiente lavorativo che valorizzava competenze tecniche, skill e produttività, ma che lasciava inevitabilmente poco spazio alla sua naturale inclinazione creativa.
Perché il desiderio di creare videogiochi non è nato all’improvviso in Ana. Non è stato un impulso momentaneo, né un capriccio passeggero. Era lì da anni, fin dall’adolescenza: un sogno coltivato in silenzio, protetto con cura e alimentato da un amore profondo per il medium videoludico, ma anche progressivamente messo in discussione dal peso del giudizio esterno. Da quella paura, così familiare a molti, di sentirsi ripetere – esplicitamente o tra le righe – che certi sogni sono troppo fragili, troppo rischiosi, troppo poco concreti per meritare davvero di essere inseguiti.
E allora si cresce. Si mettono da parte certe aspirazioni. Si impara a scegliere ciò che sembra più sicuro, più prudente, più accettabile. Ana, per molto tempo, ha fatto esattamente questo. Poi è arrivato quello che potremmo definire il “punto di rottura”. Il licenziamento. Quel momento improvviso e destabilizzante in cui tutte le certezze costruite fino ad allora si incrinano di colpo, lasciandoti davanti a una domanda tanto semplice quanto spaventosa: e adesso?
Ed è stato proprio in quel vuoto – in quello spazio ambiguo tra smarrimento e possibilità – che qualcosa è cambiato. Come Ana stessa racconta, per la prima volta si è resa conto che non c’era più nessuno a dirle cosa fosse realistico e cosa no. Nessuna aspettativa da soddisfare. Nessuna voce pronta a ridimensionare quel sogno. Nessun alibi dietro cui nascondersi. Solo una scelta. E così, lentamente, l’idea di provarci davvero ha smesso di sembrare impossibile. È così che nasce Ivasan Games.
Non come uno studio nel senso tradizionale del termine, ma come l’estensione più sincera e vulnerabile di una decisione personale. Una sola persona. Una scrivania. Un piccolo appartamento. Infinite ore di lavoro. Dubbi quotidiani. Sacrifici concreti. E una visione da inseguire con ostinazione anche nei giorni in cui la paura rischia di avere la meglio.
Perché cambiare radicalmente vita non è mai un gesto romantico, come spesso viene raccontato. Significa convivere ogni giorno con l’incertezza, accettare la possibilità del fallimento, fare i conti con la paura di non essere all’altezza. Significa domandarsi continuamente se talento, determinazione e passione saranno davvero sufficienti a reggere il peso della scelta compiuta.
Ma significa anche concedersi qualcosa di estremamente raro: la possibilità di essere finalmente fedeli a sé stessi. Ed è proprio questa sincerità emotiva a permeare ogni singolo frammento di Velanit. La si percepisce nella delicatezza con cui il gioco osserva gli spazi dimenticati, nel modo quasi affettivo in cui il restauro del cottage diventa molto più di una semplice meccanica ludica, nel senso costante di recupero, ricostruzione e memoria che dà forma all’intera esperienza.
Perché, in fondo, Velanit parla anche di questo: di ciò che lasciamo indietro lungo il cammino, delle parti di noi che smettiamo di ascoltare per paura, per abitudine o per conformismo, e della possibilità di tornare indietro a recuperarle prima che sia troppo tardi. Ed è anche per questo che continuiamo ad amare così profondamente il videogioco indipendente.
Perché, dietro opere come questa, non ci troviamo davanti soltanto a un prodotto da analizzare, ma a una persona, a un percorso di vita, a scelte difficili, ad atti concreti di coraggio. E quando un videogioco nasce da un’esigenza espressiva così chiara e così sincera, raccontarlo smette di essere soltanto un piacere: diventa qualcosa di più profondo, più umano. Quasi una responsabilità.
Cozy? Sì… ma con una forte impronta investigativa
Giunti a questo punto, è probabile che molti di voi si stiano ponendo una domanda più che legittima. Una di quelle che, in fondo, contano davvero quando ci si trova davanti a un nuovo progetto indipendente: da dove nasce Velanit: The Forgotten Cottage? E, soprattutto, cosa lo rende realmente diverso? Quali sono gli elementi capaci di permettergli di emergere in un panorama che, negli ultimi anni, si è popolato di produzioni sempre più numerose, spesso esteticamente affascinanti, ma non sempre in grado di costruirsi una voce, un’identità e una sensibilità davvero riconoscibili?
Perché oggi il rischio, per chi si avvicina al genere cozy, è più evidente che mai: basta una pixel art curata, una palette dai toni caldi, qualche meccanica di farming, un sistema di crafting basilare e una casa da arredare immersa nella natura incontaminata per ritrovarsi davanti all’ennesimo titolo che ripropone formule già viste, spesso privo di una reale identità. Ma dare vita a un’esperienza che sia realmente capace di lasciare il segno richiede molto di più. Richiede visione e una sensibilità in grado non soltanto di rispettare i tratti distintivi del genere, ma di arricchirli e rileggerli in modo personale.
Ed è proprio da qui che Velanit inizia a mostrare il proprio carattere. Per comprenderlo fino in fondo, però, bisogna tornare indietro. Molto indietro. Bisogna riportare le lancette del tempo a un momento in cui tutto questo non era ancora un progetto, né un concept, ma soltanto un’intuizione. Bisogna tornare all’infanzia della sua autrice. Perché l’ispirazione che ha dato vita a Velanit non nasce da una semplice idea creativa o da una tendenza da intercettare, ma da qualcosa di molto più intimo e personale.


Come raccontato dalla stessa Ana, il suo legame con il mondo della costruzione e del restauro affonda le radici negli anni dell’infanzia, quando si dilettava nella realizzazione delle case vacanza della propria famiglia. Un contatto diretto, fisico, con il processo del costruire: materiali grezzi, pareti da immaginare prima ancora che esistessero, spazi vuoti che prendevano lentamente forma. Un’esperienza che le ha insegnato, ben prima di ogni consapevolezza teorica, quanto il costruire sia un gesto profondamente umano: trasformare, dare forma, riportare alla vita ciò che ancora non è compiuto.
Ana stessa si definisce, in quegli anni, quasi ossessionata dal concetto di “renovating and building”. Un’ossessione creativa che, con il tempo, si è trasformata in linguaggio videoludico. E se oggi il restauro rappresenta il cuore pulsante di Velanit, non è per semplice scelta di design. È perché racconta qualcosa che appartiene intimamente alla sua autrice.
A questa matrice autobiografica si affianca un secondo elemento fondamentale dell’identità di Velanit: il Mediterraneo. Il trasferimento in Spagna ha inciso in modo profondo sull’immaginario di Ana, accompagnandone e orientandone il processo creativo. Chi conosce davvero questi luoghi sa quanto sappiano imprimersi nella memoria e nella sensibilità di chi li attraversa: la luce calda del tardo pomeriggio, le superfici illuminate dai raggi de sole, il profumo di salsedine misto al rosmarino, quella bellezza imperfetta e profondamente umana che soltanto il Mediterraneo riesce a esprimere con tanta naturalezza. Un’estetica che in Velanit non si limita a fare da sfondo. Diventa sostanza, elemento narrativo, identità visiva.
Ma la scelta più affascinante compiuta da Ana riguarda il periodo storico. Perché Velanit non è ambientato in un generico mondo fantasy ispirato al passato: ha una collocazione precisa, storicamente definita. Siamo nel 1540, nel pieno del Rinascimento. Una scelta che apre a possibilità narrative straordinarie. Parliamo infatti di un’epoca unica, sospesa tra scienza e superstizione. L’età degli alchimisti, degli astrologi e degli studiosi che cercavano di comprendere il mondo muovendosi costantemente sul confine tra metodo e mistero. Il tempo in cui figure come Leonardo da Vinci ridefinivano il concetto stesso di conoscenza.
Ed è proprio questa tensione tra concretezza e occulto a permeare l’intero mondo di gioco. Un universo che si nutre anche di due riferimenti videoludici molto precisi, apparentemente lontani tra loro ma perfettamente complementari. Da una parte c’è Stardew Valley, da cui arrivano l’amore per la pixel art, il ritmo lento e quella ritualità quotidiana che trasforma il gameplay in un vero e proprio luogo di conforto. Dall’altra troviamo Nancy Drew, la cui impronta emerge nella costruzione degli enigmi, nel gusto per l’osservazione, nell’idea di un mistero che non si impone ma si lascia lentamente scoprire.
Ed è proprio nell’incontro tra queste due anime che Velanit trova la propria identità. Perché la sua intuizione più brillante è forse questa: non accontentarsi di essere un cozy game. Ma provare a ridefinire cosa un cozy game possa diventare.
A una prima occhiata, certo, il titolo sembra presentare tutti gli elementi che ci si aspetterebbe dal genere. Un’estetica in pixel art curatissima, un cottage da restaurare, una campagna da esplorare, risorse da raccogliere, spazi da decorare, una cittadina da vivere. Ma basta scavare appena sotto la superficie per accorgersi che qui c’è molto di più.

Il gioco ci mette nei panni di un personaggio completamente personalizzabile. Potremo definirne aspetto, nome e identità, stabilendo sin dai primi minuti una connessione personale con l’esperienza. Una scelta apparentemente semplice, ma fondamentale: perché Velanit vuole che quel cottage diventi davvero il nostro cottage.
La storia inizia con l’acquisto di una casa affacciata sul Mediterraneo. Quello che sembra un sogno a occhi aperti si trasforma però rapidamente in qualcosa di ben più complesso. L’edificio è stato abbandonato da diciotto anni. Il suo precedente proprietario era una figura enigmatica. Un uomo che gli abitanti del villaggio descrivono come un eccentrico, forse un visionario, forse qualcuno che si era spinto troppo oltre. E fin dai primi interventi di restauro cominciano ad affiorare dettagli inquietanti. Lettere nascoste, meccanismi inspiegabili, passaggi segreti, puzzle integrati nelle pareti stesse della casa.
Chi era davvero quell’uomo? Cosa stava cercando? E soprattutto: perché sembra aver lasciato ogni cosa come se qualcuno, un giorno, dovesse trovarla? È qui che il gameplay compie la sua svolta più interessante. Perché il restauro non è soltanto una meccanica, è il motore stesso della scoperta narrativa. Ogni intervento sul cottage, ogni elemento recuperato, ogni riparazione può celare un indizio, un frammento di verità che arricchisce la comprensione del mondo di gioco. Un dettaglio che trasforma il classico gameplay loop di un videogioco cozy in qualcosa di molto più stratificato.
L’esplorazione del territorio circostante segue la stessa filosofia. La campagna mediterranea non è un semplice spazio da attraversare, ma un ecosistema vivo e credibile. Sarà possibile raccogliere asparagi selvatici, capperi, timo, rosmarino, lavanda marina e molluschi lungo la costa. Ogni risorsa è stata selezionata con estrema attenzione per riflettere la reale flora e fauna del Mediterraneo, in un lavoro di ricostruzione che punta non solo all’autenticità, ma anche a rafforzare il senso di immersione.
Anche il crafting promette di distinguersi in modo significativo. In Velanit, infatti, ogni processo produttivo è ispirato a tecniche costruttive storiche reali. Per creare la malta, ad esempio, sarà necessario produrre e lavorare la calce, per poi mescolarla con sabbia e acqua. Un procedimento concreto, manuale, quasi artigianale. Ed è proprio questa attenzione alla materia a rendere il restauro una delle componenti più affascinanti dell’esperienza. Ogni intervento avviene per stratificazione, passo dopo passo, in un processo in cui il cambiamento non è mai immediato ma si costruisce, si osserva, si conquista.
E c’è un ulteriore dettaglio meravigliosamente coerente con la filosofia del progetto: nulla viene sprecato. I materiali recuperabili finiscono nell’inventario e possono essere riutilizzati. Vecchie tegole, terracotta consumata, legno segnato dal tempo. Perché nel Mediterraneo, si sa, l’antico non è qualcosa da scartare. È qualcosa da custodire, da reinterpretare, da far rivivere.

Oltre alla ristrutturazione, il gioco introduce anche una componente decorativa particolarmente ricca e stratificata. Arredi in stile mediterraneo, oggetti ispirati al Rinascimento, piante locali, fontane, serre, terrazze fiorite: un insieme di elementi che permette di modellare liberamente ogni spazio, interno ed esterno, secondo la propria sensibilità.
Eppure, anche in questo caso, ciò che colpisce non è tanto la quantità delle possibilità, quanto la visione che le sostiene. Non si tratta di una decorazione intesa come semplice esercizio estetico, ma della costruzione di un ambiente coerente, vissuto e credibile. L’obiettivo è dare forma a una bellezza vissuta, profondamente intrecciata con il mondo di gioco: spazi che non siano soltanto piacevoli da osservare, ma capaci di raccontare qualcosa, di trattenere tracce, di suggerire una presenza.
A rendere il mondo ancora più credibile contribuisce anche la cittadina: non un semplice hub funzionale, ma una comunità viva, strutturata, coerente nel suo ritmo quotidiano. Gli NPC seguono routine ispirate al Mediterraneo del Cinquecento: il lavoro si interrompe durante la siesta, le serate si allungano tra taverne e piazze, e le giornate scorrono con una lentezza naturale che diventa parte integrante dell’atmosfera. Persino il ciclo giorno-notte aderisce a questa filosofia: nessun vincolo rigido, nessuna punizione arbitraria, ma un ritmo pensato per accompagnare il giocatore con discrezione, senza forzature. Perché la notte, nelle intenzioni dell’autrice, non è uno spazio da temere, ma da vivere. Da attraversare. Da abitare.
Ed è forse proprio questo uno degli elementi più significativi dell’intero progetto. Velanit: The Forgotten Cottage non sembra interessato a inseguire compulsivamente le logiche del game design contemporaneo: non punta sull’accelerazione, né sull’eccesso di sistemi o sulla pressione costante della performance. Al contrario, sceglie consapevolmente la sottrazione. Rallenta, osserva, lascia spazio. Spazio all’osservazione, alla scoperta, alla contemplazione.
Ed è proprio questa delicatezza, unita al mistero che permea ogni angolo del suo mondo, a renderlo uno dei giochi cozy più promettenti che ci sia capitato di osservare negli ultimi tempi. Perché, se saprà mantenere le promesse intraviste finora, Velanit potrebbe riuscire in qualcosa di tutt’altro che semplice: ricordarci che il comfort, nei videogiochi, non nasce soltanto dalla tranquillità. A volte nasce anche dal mistero, dal fascino di ciò che attende, pazientemente, di essere riportato alla luce.

Data d’uscita e piattaforme: ecco quando uscirà Velanit: The Forgotten Cottage
Se vi state chiedendo quando sarà finalmente possibile mettere piede nel mondo di Velanit: The Forgotten Cottage, purtroppo non possiamo ancora darvi una risposta precisa. Il progetto si trova tuttora in una fase delicata del suo sviluppo e servirà ancora tempo prima di poter attraversare le suggestive stanze consumate di quell’affascinante cottage affacciato sul Mediterraneo. Eppure, nonostante l’attesa sia ancora lunga, le notizie sono decisamente incoraggianti: lo sviluppo sta procedendo con grande costanza e, salvo eventuali imprevisti lungo il percorso, l’obiettivo è quello di pubblicare il gioco su PC tra il secondo e il terzo trimestre del 2027, con la concreta possibilità di vedere il progetto approdare successivamente anche su console
E sapete una cosa? Dopo aver conosciuto più da vicino Ana, il suo percorso e l’anima che sta cercando di imprimere in Velanit, è difficile non guardare a questo progetto con un coinvolgimento diverso. Perché qui non stiamo semplicemente parlando dell’ennesimo cozy game in pixel art destinato ad aggiungersi al nostro backlog. Stiamo parlando di un’opera che racchiude vissuti, paure, ricordi e passioni, trasformandoli in linguaggio videoludico. E forse è proprio questa componente profondamente umana, oggi, a fare davvero la differenza nel panorama indipendente.
Per questo il consiglio che ci sentiamo di darvi è semplice: continuate a tenere d’occhio Velanit: The Forgotten Cottage. Seguite il percorso di Ana. Osservate come questo piccolo mondo stia lentamente prendendo forma. Potete farlo attraverso i profili social ufficiali del gioco – da X a Threads, passando per Instagram e YouTube – dove la sviluppatrice continua a condividere aggiornamenti, devlog e frammenti del lavoro quotidiano che si nasconde dietro la realizzazione del progetto.
E se ciò che avete letto finora è riuscito anche solo in parte a incuriosirvi, allora valutate di aggiungere il gioco alla vostra wishlist di Steam, è già disponibile anche una demo che v offrirà un primo, concreto assaggio dell’esperienza che vi attende.
C’è infine un ultimo aspetto che merita attenzione. Dal 5 maggio al 5 giugno Ana ha avviato una campagna di crowdfunding dedicata a Velanit, che ha già superato il 50% dell’obiettivo prefissato. Un risultato tutt’altro che scontato, e anzi significativo, perché racconta quanto il progetto stia già riuscendo a coinvolgere e a conquistare il pubblico. Se ciò che avete letto fin qui vi ha incuriositi e volete offrire il vostro sostegno alla sviluppatrice, questo potrebbe essere il momento giusto per farlo. Al momento della stesura di questo articolo restano ancora 19 giorni alla conclusione della campagna.
E sinceramente? Ci auguriamo davvero che Ana riesca a portare fino in fondo questo viaggio.
Perché opere come Velanit ci ricordano qualcosa che troppo spesso tendiamo a dimenticare: dietro certi videogiochi non ci sono soltanto idee o scelte artistiche. Ci sono persone. Ci sono percorsi di vita. Ci sono sogni che qualcuno ha deciso di inseguire nonostante le difficoltà incontrate lungo la strada. Ed è forse proprio questo a rendere certi progetti così difficili da ignorare.
Grazie per averci seguito anche oggi fino a qui. Ci rivediamo presto, tra le mura dimenticate di Velanit.
