Un horror fantascientifico che sceglie la via dell’essenzialità: pochi elementi, ritmo controllato e una narrazione frammentata per un’esperienza volutamente disturbante.
ROUTINE si presenta come un’esperienza horror fantascientifica che punta tutto sull’immersione, sulla tensione costante e su una concezione della paura profondamente legata all’isolamento, al silenzio e all’ignoto tecnologico, collocando il giocatore all’interno di una stazione lunare abbandonata che diventa immediatamente il vero fulcro dell’intera esperienza.
Fin dalle prime fasi di gioco, è chiaro che ROUTINE non intende affidarsi a meccaniche urlate e soluzioni spettacolari per catturare l’attenzione, ma preferisce costruire lentamente un senso di disagio persistente, basato sulla percezione di essere costantemente osservati, vulnerabili e fuori posto. L’opera si inserisce nel filone dell’horror psicologico e fantascientifico, ma lo fa adottando un approccio fortemente minimalista, che rinuncia a spiegazioni immediate e a tutorial invasivi per lasciare spazio all’esplorazione, all’osservazione e alla deduzione del giocatore, il quale viene catapultato in un ambiente ostile senza istruzioni chiare, costretto a comprendere il funzionamento del mondo di gioco attraverso l’esperienza diretta.
ROUTINE fa della sottrazione uno dei suoi principi cardine: poche interfacce, pochissime indicazioni, una narrazione che si insinua lentamente attraverso l’ambiente e una struttura che privilegia la tensione atmosferica rispetto all’azione, creando un senso di spaesamento che accompagna ogni passo all’interno della stazione.
L’ambientazione lunare, fredda, sterile e profondamente alienante, contribuisce in maniera decisiva a rafforzare l’identità del titolo, trasformando corridoi metallici, sale di controllo deserte e alloggi abbandonati in luoghi carichi di inquietudine, dove il silenzio diventa un elemento narrativo tanto potente quanto qualsiasi dialogo. ROUTINE si propone quindi come un’esperienza pensata per un pubblico che apprezza un horror lento, riflessivo e opprimente, lontano dalle convenzioni più commerciali del genere, e che è disposto a lasciarsi guidare da un ritmo deliberatamente misurato, in cui ogni rumore, ogni luce intermittente e ogni porta che si apre rappresentano una potenziale minaccia.
L’introduzione del gioco non cerca di catturare con eventi eclatanti, ma costruisce gradualmente una tensione psicologica che si accumula minuto dopo minuto, suggerendo che il vero terrore non risieda tanto nelle presenze ostili quanto nella costante sensazione di solitudine e vulnerabilità. In questo senso, ROUTINE si configura fin da subito come un titolo che vuole essere vissuto più che giocato, un’esperienza che chiede attenzione, pazienza e coinvolgimento emotivo, ponendo le basi per un viaggio inquietante in cui l’esplorazione dello spazio diventa anche un’esplorazione della paura, dell’ignoto e dei limiti della percezione umana.



Perfezionato nel tempo
Lo sviluppo di ROUTINE è legato a una delle storie produttive più particolari e travagliate degli ultimi anni nel panorama videoludico indipendente, una vicenda che contribuisce in maniera significativa a definire l’identità stessa del gioco e il suo rapporto con il pubblico. Il titolo nasce infatti dal lavoro di Lunar Software, un piccolo studio indipendente composto inizialmente da un numero estremamente ridotto di sviluppatori, che fin dall’annuncio originale ha scelto di perseguire una visione creativa ambiziosa, personale e priva di compromessi, anche a costo di tempi di sviluppo estremamente lunghi e di una presenza mediatica discontinua.
ROUTINE viene mostrato per la prima volta al pubblico oltre un decennio fa, suscitando immediatamente grande interesse grazie alla sua estetica retro-futuristica, all’ambientazione lunare e a un approccio all’horror che già allora appariva fortemente orientato verso l’atmosfera e l’immersione piuttosto che verso l’azione. Tuttavia, invece di seguire un percorso di sviluppo lineare e rapido, il progetto entra in una fase di silenzio prolungato, caratterizzata da lunghi periodi senza aggiornamenti, che alimentano dubbi, speculazioni e persino il timore di una cancellazione definitiva.
Questa assenza prolungata non è frutto di una gestione superficiale, ma piuttosto della volontà del team di non pubblicare un prodotto incompleto o distante dalla visione originale, scegliendo di rielaborare più volte sistemi, contenuti e struttura generale pur di mantenere coerenza artistica e qualitativa. Nel corso degli anni, Lunar Software ha progressivamente ampliato e ridefinito il progetto, affrontando difficoltà tecniche, cambiamenti di motore, revisioni profonde del gameplay e della narrativa, in un processo di sviluppo che riflette chiaramente le sfide tipiche dei team indipendenti quando decidono di confrontarsi con un’opera di grande ambizione.
Il ritorno di ROUTINE sulle scene, accompagnato dall’ingresso di un editore come Raw Fury, segna un momento fondamentale nella storia del gioco, poiché consente al progetto di beneficiare di un supporto produttivo, comunicativo e distributivo più solido, senza però snaturarne l’identità creativa. Raw Fury, noto per il suo approccio rispettoso verso le opere indipendenti e per la volontà di valorizzare progetti dal forte carattere autoriale, rappresenta un partner ideale per un titolo come ROUTINE, permettendo al team di concentrarsi sul completamento dell’esperienza senza rinunciare alla propria visione originale. La collaborazione tra sviluppatore ed editore si riflette nella scelta di mantenere il gioco lontano da logiche di mercato aggressive, privilegiando una comunicazione misurata e un’uscita che punta a intercettare un pubblico consapevole, interessato a esperienze profonde e non convenzionali.
In questo senso, la lunga gestazione di ROUTINE non deve essere interpretata esclusivamente come un ritardo, ma come il risultato di un percorso produttivo complesso, fatto di ripensamenti, revisioni e perfezionamenti, che ha permesso al gioco di maturare e di arrivare sul mercato come un’opera finalmente coerente con le promesse iniziali. Il contesto produttivo di ROUTINE diventa quindi parte integrante della sua identità: un titolo nato dall’ostinazione creativa di un piccolo team, sostenuto in una fase cruciale da un editore sensibile al valore artistico, e capace di dimostrare come anche progetti estremamente lenti e silenziosi possano trovare una loro realizzazione quando guidati da una visione chiara e da una forte determinazione.



Criptico, da interpretare
La trama di ROUTINE si sviluppa in modo volutamente ellittico e frammentato, seguendo una struttura narrativa che rifiuta l’esposizione diretta e sceglie invece di affidare al giocatore il compito di ricostruire eventi, contesto e significato attraverso l’esplorazione dell’ambiente e l’osservazione dei dettagli disseminati all’interno della stazione lunare. Il gioco si apre senza una vera introduzione esplicativa: il protagonista si risveglia all’interno di una struttura apparentemente abbandonata, senza memoria chiara degli eventi che hanno portato a quella situazione e senza alcuna indicazione immediata sugli obiettivi da perseguire, instaurando fin da subito un senso di smarrimento che diventa parte integrante dell’esperienza narrativa.
La stazione, un tempo concepita come avamposto umano per l’esplorazione spaziale e simbolo di progresso tecnologico, appare ora come un luogo svuotato di vita, segnato da un abbandono improvviso e inquietante, dove il silenzio è interrotto solo da rumori meccanici lontani, allarmi sporadici e segnali di un malfunzionamento sistemico che sembra aver compromesso ogni forma di normalità. Man mano che il giocatore esplora i corridoi, le sale operative e gli alloggi della base, emergono frammenti di una storia più ampia, legata a esperimenti tecnologici, a protocolli di sicurezza falliti e a una gestione dell’intelligenza artificiale che sembra essere sfuggita al controllo dei suoi creatori.
La presenza di robot autonomi, inizialmente concepiti come strumenti di manutenzione e sicurezza, assume progressivamente una connotazione sempre più minacciosa, suggerendo che qualcosa abbia alterato la loro programmazione o che un evento critico abbia trasformato il loro ruolo all’interno della struttura. La trama non viene mai raccontata in modo lineare o definitivo, ma si costruisce attraverso indizi ambientali, registrazioni audio, documenti sparsi, mail e segnali visivi che alludono a un progressivo collasso della stazione e alla scomparsa del personale umano.
Il giocatore è chiamato a interpretare questi elementi, collegando i pezzi di un puzzle narrativo che non offre risposte immediate, ma che stimola una riflessione costante su ciò che è accaduto e sulle responsabilità legate all’uso incontrollato della tecnologia. La Luna, in questo contesto, non è soltanto uno sfondo, ma diventa un simbolo potente di isolamento estremo e di distanza irreversibile dalla Terra, amplificando il senso di abbandono e di impotenza che permea l’intera esperienza.
La trama di ROUTINE suggerisce un mondo in cui l’ambizione umana ha superato i propri limiti, dando vita a sistemi che non possono più essere governati, e in cui la mancanza di una presenza umana rende ogni spazio freddo, ostile e carico di tensione. L’assenza quasi totale di personaggi con cui interagire direttamente rafforza questa sensazione, trasformando il protagonista in un testimone solitario di una catastrofe già avvenuta, costretto a muoversi tra le rovine di un progetto fallito.
In questo senso, la trama non si concentra tanto su colpi di scena o rivelazioni improvvise, quanto sulla costruzione di un’atmosfera narrativa coerente, in cui ogni nuovo ambiente esplorato aggiunge un tassello alla comprensione complessiva degli eventi. Il viaggio del protagonista diventa così un percorso di scoperta lenta e inquietante, in cui la verità emerge gradualmente e spesso in modo ambiguo, lasciando spazio a interpretazioni personali e a una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo, tecnologia e ignoto. ROUTINE sceglie deliberatamente di non fornire una chiusura netta o rassicurante, preferendo mantenere un alone di mistero che accompagna il giocatore fino alle fasi più avanzate dell’esperienza, e che trasforma la trama in un elemento profondamente integrato con l’esplorazione e con il senso di isolamento che definisce l’identità del gioco.



Universale ma particolare
La narrativa di ROUTINE si fonda su una costruzione estremamente sottile e stratificata, che rinuncia quasi completamente alla narrazione esplicita, come detto, per affidarsi a un racconto ambientale denso di significati impliciti, simbolismi e suggestioni, rendendo l’esperienza profondamente interpretativa e personale. Il gioco non racconta una storia nel senso tradizionale del termine, ma costruisce un contesto narrativo che emerge lentamente attraverso l’esplorazione, i dettagli visivi, i suoni, i documenti e la disposizione stessa degli ambienti, invitando il giocatore a interrogarsi costantemente su ciò che è accaduto e su quale sia il suo ruolo all’interno di quel mondo silenzioso e abbandonato.
Uno dei temi centrali è senza dubbio l’isolamento, declinato non solo come distanza fisica dalla Terra, ma come condizione esistenziale, una solitudine assoluta che si manifesta nella totale assenza di vita umana e nella sensazione di essere un intruso in un luogo che non è più destinato all’uomo. La stazione lunare diventa così uno spazio alienante, freddo e impersonale, in cui la tecnologia, un tempo strumento di progresso, si trasforma in presenza dominante e ostile.
Questo porta direttamente a un altro tema fondamentale del gioco: il rapporto tra l’essere umano e la tecnologia, e in particolare il pericolo insito nell’affidare funzioni vitali a sistemi autonomi e intelligenze artificiali che, una volta sottratte al controllo umano, possono sviluppare comportamenti imprevedibili e distruttivi. ROUTINE esplora questo tema con grande sobrietà, senza mai ricorrere a spiegazioni didascaliche, ma suggerendo attraverso l’ambiente che l’ambizione scientifica e tecnologica ha superato un punto di non ritorno, lasciando dietro di sé un vuoto popolato solo da macchine che continuano a operare secondo logiche ormai distorte.
Un altro elemento narrativo rilevante è la perdita di identità: il protagonista, privo di una caratterizzazione esplicita e di una storia personale chiaramente definita, diventa una figura quasi anonima, un avatar attraverso cui il giocatore sperimenta la disintegrazione di un mondo che non gli appartiene più. Questa scelta rafforza l’immersione, poiché permette a chi gioca di proiettare le proprie paure e interpretazioni all’interno della narrazione, rendendo l’esperienza profondamente soggettiva.
La narrativa di ROUTINE lavora inoltre sul concetto di fallimento, non solo tecnologico ma anche umano, suggerendo che l’abbandono della stazione sia il risultato di decisioni sbagliate, di protocolli di sicurezza inadeguati e di una fiducia eccessiva in sistemi che avrebbero dovuto garantire controllo e stabilità. Il silenzio che permea ogni ambiente non è solo un espediente atmosferico, ma diventa una forma di racconto in sé, un vuoto che parla della scomparsa di chi abitava quei luoghi e della fragilità dell’esistenza umana in un contesto ostile come lo spazio.
Il gioco affronta anche il tema della sorveglianza e del controllo, attraverso la presenza costante e inquietante dei robot, che sembrano osservare e monitorare ogni movimento del protagonista, trasformando la stazione in una prigione tecnologica da cui è difficile sfuggire. Questa sensazione di essere sempre sotto osservazione contribuisce a creare un disagio psicologico persistente, rafforzando l’idea di un mondo in cui l’uomo non è più al centro, ma diventa una presenza marginale e vulnerabile.
Nel complesso, la narrativa e i temi trattati in ROUTINE si distinguono per la loro coerenza e maturità, offrendo un’esperienza che non cerca di spaventare attraverso eventi eclatanti, ma che costruisce una tensione profonda e duratura, basata su concetti universali come la solitudine, il fallimento, l’alienazione e il rapporto ambiguo tra progresso e distruzione. È una narrazione che richiede attenzione, sensibilità e disponibilità all’interpretazione, e che premia il giocatore disposto a immergersi completamente in un mondo che racconta la propria storia attraverso il silenzio, le assenze e le tracce lasciate da chi non c’è più.



Di grande impatto visivo
Il comparto tecnico rappresenta uno degli aspetti più distintivi e riconoscibili dell’intera esperienza, poiché riesce a coniugare una visione estetica fortemente caratterizzata con soluzioni tecniche funzionali alla costruzione della tensione e dell’immersione. Il gioco adotta un motore grafico moderno, Unreal Engine 5, per inseguire il fotorealismo, e per ricreare un’estetica retro-futuristica ispirata alla visione del futuro tipica degli anni Settanta e Ottanta, un immaginario fatto di superfici metalliche opache, pannelli analogici, monitor, luci fredde e ambienti progettati con una logica funzionale e industriale. Questa scelta stilistica non è puramente nostalgica, ma risponde a una precisa esigenza narrativa e atmosferica: il mondo di ROUTINE appare come un futuro che non si è mai realmente realizzato, una proiezione tecnologica rimasta incompleta e ora fossilizzata nel suo stesso fallimento.
Dal punto di vista tecnico, il motore grafico consente una gestione avanzata dell’illuminazione dinamica, che diventa uno strumento fondamentale per la costruzione dell’orrore: le luci artificiali, spesso intermittenti o malfunzionanti, creano zone d’ombra profonde e imprevedibili, rendendo ogni ambiente potenzialmente pericoloso e aumentando la sensazione di insicurezza del giocatore. L’uso sapiente di luci direzionali, riflessi metallici e superfici opache contribuisce a dare agli ambienti una consistenza materica che rafforza l’immersione, facendo percepire la stazione lunare come un luogo fisico, tangibile, e non come un semplice scenario virtuale.
L’art design degli ambienti è estremamente coerente e attento al dettaglio: ogni corridoio, sala di controllo, area di manutenzione o alloggio è progettato per raccontare una storia silenziosa, suggerendo la funzione originaria dello spazio e il suo progressivo abbandono. I segni dell’usura, le superfici graffiate, le macchie, i detriti e gli oggetti lasciati in posizioni apparentemente casuali contribuiscono a costruire un senso di realismo e di credibilità che rende l’ambientazione profondamente convincente. Anche il design dei robot e delle entità ostili riflette questa filosofia: le loro forme sono funzionali, prive di ornamenti superflui, e proprio per questo risultano inquietanti, poiché trasmettono l’idea di macchine concepite per lavorare e proteggere, ora trasformate in presenze minacciose a causa di un errore sistemico o di una deriva incontrollata.
Dal punto di vista tecnico, ROUTINE mostra una grande attenzione all’ottimizzazione e alla stabilità, privilegiando una resa visiva coerente e solida piuttosto che effetti spettacolari fini a sé stessi; le animazioni, pur mantenendo un certo rigore meccanico coerente con la natura artificiale degli ambienti e dei nemici, risultano credibili e funzionali al gameplay, contribuendo a rafforzare la sensazione di rigidità e freddezza che permea l’intera esperienza. L’interfaccia utente è ridotta al minimo, integrata direttamente nell’ambiente di gioco, in linea con la filosofia immersiva del titolo: schermi, indicatori e strumenti sono spesso parte del mondo di gioco stesso, evitando rotture dell’illusione e mantenendo il giocatore costantemente all’interno dell’esperienza. Anche il design cromatico gioca un ruolo fondamentale, con una palette dominata da toni freddi, grigi, blu e verdi spenti, interrotti solo occasionalmente da luci di emergenza o segnali di allarme che attirano l’attenzione e amplificano la tensione.
Nel complesso, il comparto tecnico e l’art design di ROUTINE dimostrano una visione artistica chiara e coerente, capace di sfruttare le potenzialità del motore grafico, riuscendo a stupire visivamente, ma altresì a servire l’atmosfera e la narrazione, trasformando ogni ambiente in un elemento attivo dell’esperienza horror.



Sound distintivo
Anche il comparto sonoro di ROUTINE non poteva che essere uno degli elementi più sofisticati, coerenti e fondamentali dell’intera esperienza, poiché è attraverso il suono che il gioco costruisce gran parte della sua identità horror e della sua capacità di generare tensione psicologica costante. In un titolo che fa dell’isolamento, della vulnerabilità e della paura dell’ignoto i suoi pilastri concettuali, il sound design non si limita a supportare l’azione, ma diventa un vero e proprio strumento narrativo e ludico, capace di guidare, ingannare e destabilizzare il giocatore. L’assenza quasi totale di una colonna sonora tradizionale è una scelta deliberata e perfettamente coerente con la filosofia del gioco: ROUTINE privilegia un approccio minimalista, basato su paesaggi sonori ambientali che ricreano l’illusione di trovarsi all’interno di una stazione lunare abbandonata, viva solo attraverso i suoi rumori meccanici e i residui acustici della sua funzione passata.
Il silenzio, in questo contesto, non è mai neutro né rassicurante, ma carico di tensione latente; è un silenzio “tecnologico”, interrotto da ronzii elettrici, vibrazioni lontane, impulsi intermittenti e rumori metallici che suggeriscono la presenza di sistemi ancora attivi, ma fuori controllo. Ogni ambiente possiede una propria identità sonora, costruita con estrema attenzione al dettaglio: i corridoi stretti amplificano i passi e li restituiscono con eco metallici, mentre gli spazi più ampi generano riverberi profondi che accentuano il senso di vuoto e di solitudine.
Il sound design sfrutta in modo eccellente la spazialità del suono, rendendo fondamentale la percezione direzionale: rumori provenienti da dietro una parete, da un piano superiore o da una zona apparentemente lontana contribuiscono a creare una mappa acustica dello spazio, spesso più importante di quella visiva. Questo aspetto trasforma l’ascolto in un atto attivo e continuo, costringendo il giocatore a rallentare, fermarsi, osservare e soprattutto ascoltare con attenzione, poiché molte minacce vengono annunciate prima di essere viste.
I robot e le entità ostili sono caratterizzati da firme sonore precise e inquietanti: movimenti rigidi, suoni meccanici irregolari, stridii metallici e impulsi elettronici trasmettono l’idea di macchine non solo pericolose, ma anche difettose, imprevedibili, quasi “malate”. Questi segnali sonori non servono solo a spaventare, ma diventano indizi cruciali per la sopravvivenza, poiché permettono di valutare la distanza, la direzione e talvolta il comportamento dei nemici.
L’uso della musica è estremamente parsimonioso e mirato, emergendo lentamente, spesso nei momenti di maggiore tensione o per sottolineare passaggi narrativi chiave. Queste composizioni non guidano emotivamente il giocatore in modo esplicito, ma agiscono a livello subconscio, aumentando il senso di inquietudine e anticipazione senza mai diventare invasive. Gli effetti sonori legati alle interazioni del giocatore, come l’apertura di porte, l’attivazione di terminali o l’utilizzo di strumenti, sono secchi, freddi e funzionali, riflettendo perfettamente la natura impersonale e industriale dell’ambiente. Anche questi suoni contribuiscono a rafforzare l’immersione, evitando qualsiasi elemento superfluo o artificioso che potrebbe spezzare la tensione.
Quindi, come quello grafico, anche il comparto sonoro si distingue per la sua coerenza, per l’uso magistrale del silenzio e per la capacità di trasformare ogni rumore in una potenziale fonte di ansia. È un sound design che non cerca lo spavento facile, ma lavora sulla costruzione lenta e costante di un’atmosfera opprimente, rendendo il suono uno dei principali veicoli dell’orrore e uno degli elementi più memorabili dell’esperienza complessiva.



Tutto da scoprire
Il world building e il gameplay di ROUTINE sono strettamente intrecciati e costruiti in modo tale che l’esplorazione, la sopravvivenza e la comprensione del mondo di gioco diventino un’unica esperienza coerente e profondamente immersiva. La stazione lunare in cui si svolge l’intera avventura non è semplicemente uno scenario statico, ma un organismo complesso, progettato per trasmettere la sensazione di un luogo che un tempo era vivo, funzionale e abitato, e che ora si presenta come un ambiente ostile, silenzioso e carico di presenze minacciose.
Ogni area della stazione racconta qualcosa della sua funzione originaria, che si tratti di zone residenziali, sale di controllo, laboratori o corridoi di servizio, e il giocatore è chiamato a ricostruire mentalmente la storia del luogo osservando attentamente ciò che lo circonda. Questo approccio rafforza il senso di mistero e coinvolge attivamente il giocatore nel processo narrativo, rendendolo partecipe della scoperta del mondo anziché semplice spettatore.
Dal punto di vista del gameplay, ROUTINE adotta un ritmo deliberatamente lento e misurato, che privilegia l’esplorazione cauta e la gestione della tensione rispetto all’azione frenetica. Il giocatore è costantemente vulnerabile, con risorse limitate e strumenti che offrono possibilità difensive ridotte, una scelta che enfatizza il senso di precarietà e spinge a evitare il confronto diretto quando possibile. La gestione degli spazi diventa quindi fondamentale: conoscere la disposizione degli ambienti, individuare vie di fuga, nascondigli e percorsi alternativi è essenziale per la sopravvivenza.
Il gameplay incoraggia l’osservazione e l’ascolto, rendendo il movimento stesso una scelta strategica, poiché correre o agire in modo impulsivo può attirare attenzioni indesiderate. I nemici non sono semplici ostacoli da eliminare, ma presenze persistenti che influenzano il modo in cui il giocatore interagisce con il mondo, costringendolo a pianificare ogni azione e a valutare continuamente il rischio. L’interazione con l’ambiente è integrata in modo naturale nel world building: terminali, pannelli di controllo, porte e sistemi di sicurezza non sono solo strumenti ludici, ma elementi coerenti con l’ambientazione, che rafforzano l’illusione di trovarsi all’interno di una struttura tecnologica complessa.
Il level design è costruito per favorire un’esplorazione non lineare, con aree che si interconnettono e si aprono gradualmente, invitando il giocatore a tornare sui propri passi e a riconsiderare spazi già visitati alla luce di nuove informazioni o strumenti. Questa struttura contribuisce a creare un senso di continuità e di coerenza spaziale, facendo percepire la stazione come un luogo reale e credibile. Infine, ROUTINE non si affida a lunghi dialoghi o spiegazioni esplicite, ma si sviluppa attraverso un linguaggio ambientale che richiede attenzione e interpretazione, premiando i giocatori più curiosi e pazienti.
Nel complesso, il gameplay e world building lavorano in sinergia per offrire un’esperienza che non punta sulla varietà meccanica, ma sulla profondità atmosferica e sull’immersione, trasformando l’esplorazione in un atto carico di tensione e significato. ROUTINE riesce così a creare un mondo coerente, opprimente e affascinante, in cui ogni passo avanti è una conquista e ogni ambiente esplorato contribuisce a rafforzare la sensazione di trovarsi intrappolati in un luogo che non dovrebbe più esistere.



Apprezzato da chi sa cogliere
La critica di ROUTINE deve necessariamente partire dal riconoscimento della sua natura profondamente autoriale e dalla consapevolezza che si tratta di un’esperienza che sceglie deliberatamente di non scendere a compromessi, né sul piano ludico né su quello espressivo. Il gioco non cerca di piacere a tutti, né di adattarsi alle convenzioni più diffuse del mercato contemporaneo, e proprio per questo rappresenta un’opera che divide, ma che difficilmente lascia indifferenti.
Uno dei principali punti di forza di ROUTINE risiede nella coerenza assoluta della sua visione: ogni elemento, dal ritmo di gioco alla gestione delle risorse, dalla struttura degli ambienti all’uso del suono e del silenzio, è orientato a costruire un’esperienza di tensione lenta, opprimente e profondamente psicologica.
Questa scelta, tuttavia, comporta anche alcune conseguenze che possono essere percepite come limiti da una parte del pubblico. Il ritmo volutamente dilatato, l’assenza di una guida esplicita e la forte enfasi sull’esplorazione cauta richiedono un approccio paziente e attento, che non tutti i giocatori sono disposti o abituati ad adottare.
Dal punto di vista ludico, ROUTINE rinuncia consapevolmente a una grande varietà di meccaniche, preferendo invece raffinare un set di interazioni limitato ma coerente; questa decisione rafforza l’immersione, ma può anche generare una sensazione di ripetitività nelle fasi più avanzate, soprattutto per chi cerca una progressione più marcata o una maggiore diversificazione delle situazioni di gioco. Anche il sistema di sopravvivenza, basato su vulnerabilità costante e risorse limitate, è estremamente efficace nel trasmettere tensione, ma può risultare punitivo o frustrante per alcuni, in particolare nei momenti in cui l’errore non viene percepito come conseguenza di una scelta sbagliata, ma come risultato di una minaccia poco leggibile o di una situazione improvvisamente degenerata.
Dal punto di vista narrativo, l’approccio fortemente ambientale e frammentato è senza dubbio uno dei tratti più affascinanti del gioco, ma richiede un notevole sforzo interpretativo da parte del giocatore, che deve essere disposto a ricostruire il senso degli eventi attraverso indizi sparsi e suggestioni visive e sonore. Questa modalità di racconto, se da un lato rafforza il senso di mistero e di alienazione, dall’altro può lasciare insoddisfatti coloro che preferiscono una narrazione più esplicita o guidata.
Sul piano tecnico ed estetico, ROUTINE dimostra una grande solidità e una visione artistica chiara, ma la scelta di un’estetica retro-futuristica essenziale e priva di orpelli può essere interpretata da alcuni come una mancanza di spettacolarità, soprattutto se confrontata con produzioni più orientate all’impatto visivo immediato. Tuttavia, questa apparente sobrietà è in realtà una scelta precisa e coerente con i temi del gioco, e contribuisce a creare un’identità forte e riconoscibile.
La critica complessiva a ROUTINE deve quindi tenere conto del suo posizionamento: non si tratta di un horror orientato all’intrattenimento rapido o al jumpscare facile, ma di un’esperienza che lavora sulla tensione psicologica, sull’attesa e sull’inquietudine persistente. È un titolo che chiede molto al giocatore in termini di attenzione, pazienza e coinvolgimento, e che proprio per questo riesce a offrire momenti di forte intensità emotiva e immersiva. Le sue eventuali debolezze non derivano tanto da errori di progettazione, quanto dalla radicalità delle sue scelte, che inevitabilmente lo rendono meno accessibile ma al tempo stesso più coerente e personale. In definitiva, ROUTINE è un gioco che può essere criticato per ciò che non è, ma che va apprezzato per ciò che sceglie consapevolmente di essere: un’esperienza horror lenta, rigorosa e profondamente atmosferica, che privilegia l’identità artistica e la costruzione dell’angoscia rispetto alle convenzioni del genere.



ROUTINE
PRO
- Atmosfera immersiva e coerente;
- Sound design eccezionale;
- Narrativa ambientale e temi profondi;
- Art design coerente;
- Graficamente avvincente;
- Gestione dell’illuminazione notevole;
- Esplorazione e world building integrati;
- Esperienza horror psicologica di ottimo livello.
CON
- Ritmo lento e dilatato;
- Narrazione frammentata;
- Poca varietà meccanica;
- Difficoltà e vulnerabilità;
- Accessibilità ridotta;
- Minimalismo visivo e sonoro.
