Ci sono esperienze che si provano e si dimenticano nel giro di pochi minuti. E poi c’è The Eternal Life of Goldman, una di quelle rare opere che trascendono il semplice intrattenimento, lasciando dietro di sé una sensazione difficile da descrivere, la stessa che si prova quando un mondo immaginario riesce, in modo quasi impercettibile, a trasformarsi in un luogo in cui si desidera, semplicemente, tornare.

Ci siamo perdutamente innamorati di The Eternal Life of Goldman. E no, per quanto queste parole possano apparire enfatiche o persino esagerate a una prima lettura, vi assicuriamo con la massima sincerità che non vi è alcuna iperbole gratuita nelle nostre affermazioni. Anzi, se possibile, queste parole riescono solo in parte a restituire la portata di ciò che abbiamo provato. Perché a volte, quando un videogioco riesce davvero a colpirti nel profondo, quando riesce a instaurare con te un dialogo silenzioso ma potentissimo, le parole sembrano improvvisamente insufficienti. Eppure è proprio da quel sentimento, così genuino e sincero, che nasce il desiderio di raccontarvelo.
Perciò concedeteci un momento. Fermiamoci un attimo, rallentiamo il passo e prendiamoci il tempo necessario per parlare di questa esperienza con la calma che merita. Mettetevi comodi, perché ciò che stiamo per condividere non è soltanto il resoconto di una prova o l’analisi di una demo: è, prima di tutto, il racconto di un incontro. Di quei rari momenti in cui un videogioco riesce a ricordarti perché, anni fa, ti sei innamorato di questo medium.
Ma prima di addentrarci davvero nel cuore del discorso, lasciateci porre una domanda. Una domanda semplice, eppure sorprendentemente difficile da spiegare fino in fondo. Vi è mai capitato di entrare in un mondo immaginario e, quasi senza accorgervene, lasciare tutto il resto fuori dalla porta? Di provare quella sensazione quasi sospesa, come se il tempo rallentasse e la realtà quotidiana smettesse per un attimo di esistere? È un’esperienza particolare, quasi ineffabile: quella in cui un’opera riesce a catturarti completamente, a trascinarti dentro il proprio universo con una naturalezza disarmante.
All’improvviso non stai più semplicemente giocando. Stai vivendo una storia.
Cammini accanto al protagonista, condividi le sue scoperte, osservi il mondo con i suoi stessi occhi. Inizi a percepire i dettagli dell’ambiente con una sensibilità diversa: l’erba che si muove sotto i passi, il suono lieve dell’acqua che scorre tra le rocce, il vento che attraversa gli scenari con una delicatezza quasi tangibile. Non sono più semplici elementi scenografici, ma frammenti di un mondo che sembra respirare attorno a te.
E poi ci sono i personaggi, le loro parole, le loro emozioni. I dialoghi smettono di essere semplici righe di testo e diventano conversazioni vere e proprie, momenti di contatto umano – o forse sarebbe meglio dire emotivo – con l’universo narrativo che stai attraversando. A un certo punto ti ritrovi quasi a rispondere mentalmente alle loro domande, a reagire alle loro battute, come se fossi davvero lì accanto a loro. È una sensazione rara. E, proprio per questo, incredibilmente preziosa.


Ecco, è esattamente questo il tipo di magia che il mondo di The Eternal Life of Goldman è riuscito a esercitare su di noi.
Fin dai primi minuti della nostra prova, qualcosa ha iniziato a muoversi sotto la superficie. Una sensazione sottile ma persistente, quella curiosità che ti spinge ad andare avanti, a osservare meglio, a scoprire cosa si nasconde dietro il prossimo scenario. Il mondo creato da questo titolo possiede infatti un fascino particolare, quasi magnetico: è uno di quei luoghi che non si limitano a mostrarsi al giocatore, ma che sembrano invitarlo silenziosamente a entrarci dentro, a esplorarli con calma, a lasciarsi sorprendere. Ed è proprio qui che si nasconde uno degli aspetti più sorprendenti dell’esperienza.
Perché era davvero da molto tempo che non provavamo qualcosa di simile. Era da tanto che non ci capitava – che personalmente non mi capitava – di divertirci in modo così genuino, spontaneo, quasi disarmante nella sua semplicità. Da tempo non vivevo un videogioco con quella stessa curiosità pura che accompagna i momenti più belli dell’infanzia.
Giocando a The Eternal Life of Goldman, più di una volta mi sono ritrovato a provare la stessa sensazione che si prova quando, da bambini, si apre un libro illustrato per la prima volta. Quelle pagine che sembrano custodire piccoli universi, mondi che aspettano soltanto di essere scoperti. Sfogliarle significa lasciarsi guidare dalla meraviglia, osservare ogni dettaglio con attenzione, fermarsi a immaginare cosa potrebbe accadere nella pagina successiva.
È un tipo di stupore che, crescendo, spesso finiamo per mettere da parte. Non perché lo perdiamo davvero, ma perché resta nascosto sotto gli strati della quotidianità, delle abitudini, delle aspettative.
Eppure, ogni tanto, qualcosa riesce a riportarlo in superficie.
Durante la nostra prova con The Eternal Life of Goldman è accaduto esattamente questo. In più di un momento mi sono accorto che quel senso di meraviglia stava tornando lentamente a galla. Non stavo più osservando il gioco soltanto con l’occhio analitico di chi scrive di videogiochi, di chi deve valutare, soppesare, analizzare ogni elemento con attenzione critica.
Stavo semplicemente giocando. E, soprattutto, stavo riscoprendo il piacere puro della scoperta.

È una sensazione difficile da descrivere, ma incredibilmente facile da riconoscere quando accade. È il momento in cui ti rendi conto che un’opera è riuscita a stabilire con te un rapporto emotivo autentico, qualcosa che va oltre la semplice esperienza ludica. In un certo senso, The Eternal Life of Goldman è riuscito a risvegliare quel “bambino interiore” che spesso rimane silenzioso dentro di noi. Quel lato capace di guardare al mondo con curiosità, con stupore, con la voglia di esplorare e lasciarsi sorprendere.
Ma andiamo con ordine. Come avrete probabilmente intuito dal titolo e dalle nostre parole, nel corso dello Steam Next Fest abbiamo avuto l’opportunità di trascorrere oltre novanta minuti in compagnia di The Eternal Life of Goldman, la nuova affascinante creatura sviluppata da Weappy Studio.
Si tratta di un platform realizzato interamente a mano, un progetto che colpisce prima di ogni altra cosa per la straordinaria cura artigianale che permea ogni singolo elemento dell’esperienza. Ogni animazione, ogni scenario, ogni dettaglio visivo sembra essere stato costruito con una dedizione quasi maniacale, come se gli sviluppatori avessero voluto dare vita non soltanto a un gioco, ma a un vero e proprio mondo. Un mondo che, nel giro di poco, è riuscito a catturare completamente la nostra attenzione.
Novanta minuti possono sembrare pochi, soprattutto quando si parla di videogiochi. Eppure, nel caso di The Eternal Life of Goldman, sono stati più che sufficienti per farci intuire il potenziale straordinario di questa produzione.
Novanta minuti durante i quali ci siamo ritrovati a esplorare, osservare, saltare, scoprire, ma soprattutto a sognare. Perché sì, è proprio questa la parola che forse meglio descrive ciò che abbiamo provato: sognare a occhi aperti. Sognare attraverso gli scenari, attraverso l’arte, attraverso quell’atmosfera sospesa che sembra avvolgere ogni istante dell’esperienza.
E quando la nostra prova si è conclusa, la sensazione era chiara. Non volevamo uscire da quel mondo. Non ancora. E forse è proprio questo il segnale più evidente del fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di speciale.
Ma naturalmente questo è soltanto l’inizio. E credeteci: non vediamo davvero l’ora di raccontarvi tutto il resto.
Perciò restate con noi. Il nostro viaggio nel mondo di The Eternal Life of Goldman è appena cominciato.
Una storia d’amore lunga oltre nove anni
The Eternal Life of Goldman non è semplicemente un nuovo titolo destinato ad aggiungersi alla lunga e gloriosa tradizione del genere platform. È, piuttosto, il risultato di un percorso creativo profondamente umano, quasi intimo, che affonda le proprie radici in un sentimento di autentico amore per il videogioco. Un progetto che nasce da un’idea semplice e al tempo stesso ambiziosa: tornare a concepire il videogioco non soltanto come prodotto, ma come opera, come gesto creativo capace di racchiudere passione, dedizione e identità.
Dietro la nascita del gioco non si nasconde infatti una produzione frenetica né un progetto concepito per seguire mode o tendenze del mercato. Al contrario, ciò che troviamo è un percorso lento, paziente, fatto di intuizioni iniziali, momenti di riflessione e lunghi periodi di maturazione creativa. La prima scintilla del progetto risale addirittura al 2016, quando il team realizzò il primissimo prototipo dell’opera. Un esperimento ancora acerbo, certo, lontano dalla forma definitiva del gioco che oggi possiamo osservare, ma già capace di custodire i semi di quella visione che negli anni avrebbe continuato a crescere e a trasformarsi.
Un dettaglio che diventa ancora più significativo se si considera che lo studio responsabile del progetto era stato fondato appena un anno prima, nel 2014. In un certo senso, dunque, The Eternal Life of Goldman non è soltanto un gioco: è anche il riflesso della maturazione dello studio che lo ha concepito. Un’idea che ha accompagnato lo sviluppo creativo del team, evolvendosi insieme alle sue ambizioni, ai suoi strumenti e alla sua consapevolezza artistica.
Eppure, ciò che rende questa storia ancora più affascinante è il modo in cui il progetto ha attraversato il tempo. Dopo quel primo prototipo del 2016, infatti, il gioco non è entrato immediatamente in una fase di produzione completa.
L’idea è rimasta lì, sospesa ma viva, mentre il team continuava a lavorare su altri progetti, accumulando esperienza e consolidando la propria identità creativa. Solo molti anni più tardi – circa cinque anni dopo quella prima intuizione – la produzione vera e propria avrebbe finalmente preso forma. Questo lungo periodo di incubazione racconta molto della filosofia produttiva che anima il progetto. Non la corsa contro il tempo tipica dell’industria contemporanea, non la necessità di inseguire cicli produttivi sempre più serrati, ma il desiderio di concedere a un’idea lo spazio necessario per maturare davvero. Una scelta che richiede pazienza, coraggio e soprattutto una grande fiducia nella propria visione.

Al centro di questa storia troviamo Weappy, una realtà indipendente con sede a Cipro che negli anni si è ritagliata uno spazio riconoscibile all’interno del panorama videoludico grazie alla serie This Is the Police e al suo spin-off Rebel Cops: produzioni molto diversi dal progetto di cui parliamo oggi, ma accomunati da un elemento distintivo che caratterizza da sempre le produzioni dello studio, ovvero una forte identità autoriale e una visione creativa ben definita.
Weappy è uno studio piccolo rispetto ai grandi nomi dell’industria, ma proprio questa dimensione più raccolta sembra rappresentare uno dei suoi punti di forza. Il team è composto da sviluppatori, artisti e collaboratori provenienti da diversi paesi del mondo, ognuno con il proprio bagaglio culturale, le proprie influenze artistiche e il proprio modo di interpretare il linguaggio del videogioco. Una diversità che non frammenta la visione del gruppo, ma al contrario la arricchisce, creando un terreno fertile per nuove idee e nuove prospettive.
Eppure, nonostante questa pluralità di voci, esiste un elemento che unisce tutti i membri dello studio: una convinzione condivisa sul ruolo che il videogioco può ancora avere come mezzo espressivo. Gli stessi sviluppatori lo spiegano con parole sorprendentemente semplici, affermando di voler creare videogiochi “fantastici, interessanti e divertenti”. Una definizione che potrebbe sembrare quasi essenziale, ma che racchiude in realtà una visione molto più profonda.
Per il team di Weappy, un videogioco non è soltanto un sistema di regole o un insieme di meccaniche. È un’esperienza, un viaggio, un piccolo mondo capace di accogliere il giocatore e di coinvolgerlo emotivamente. È uno spazio in cui narrazione, estetica e interattività possono incontrarsi per dare vita a qualcosa che vada oltre il semplice intrattenimento.
Questa filosofia emerge con ancora maggiore chiarezza nel motto dello studio: “Creiamo cose e amiamo sinceramente ciò che facciamo.” Una frase che potrebbe sembrare quasi ingenua nella sua immediatezza, ma che osservata nel contesto di The Eternal Life of Goldman acquista un valore molto più profondo. Perché, osservando il progetto nel suo insieme, appare evidente come quell’amore per il processo creativo non sia una semplice dichiarazione, ma una realtà concreta.
Gli sviluppatori descrivono infatti il gioco come un’opera profondamente artigianale. Un progetto costruito lentamente, con cura quasi maniacale per ogni dettaglio. Un lavoro portato alla vita frame dopo frame, linea dopo linea, animazione dopo animazione. Un processo che ricorda, a tutti gli effetti, le tecniche dell’animazione tradizionale o dell’illustrazione disegnata a mano, dove ogni singolo elemento nasce dal gesto umano prima di trovare la propria forma definitiva.

Questo significa che gran parte dell’identità del gioco nasce da un lavoro manuale, paziente e meticoloso. Disegni, animazioni, ambientazioni: tutto viene prima concepito come elemento artistico, e solo successivamente tradotto nel linguaggio digitale del videogioco. Una scelta che richiede tempo, certo, ma che permette al progetto di sviluppare una personalità estremamente forte.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più affascinanti dell’intero progetto. The Eternal Life of Goldman non sembra voler seguire scorciatoie produttive. Non tenta di accelerare il processo creativo sacrificando l’identità artistica del gioco. Al contrario, sceglie deliberatamente la strada più complessa: quella dell’artigianalità. Un percorso che richiede dedizione, pazienza e una certa dose di ostinazione creativa. Ma che, allo stesso tempo, permette al gioco di esprimere una sensibilità unica. Osservandolo in movimento, si percepisce chiaramente che ogni elemento è stato costruito con una cura particolare.
In questo senso, il gioco appare profondamente consapevole della propria identità. Sa perfettamente cosa vuole essere e sa anche come vuole presentarsi al pubblico. Non tenta di adattarsi a modelli produttivi dominanti né di inseguire le tendenze del momento. Preferisce invece rimanere fedele alla propria visione artistica.
E forse è proprio questo che rende The Eternal Life of Goldman un progetto così affascinante. Non si tratta soltanto di un videogioco, ma di un’opera che nasce dal desiderio di creare qualcosa di autentico. Qualcosa che possa parlare ai giocatori non soltanto attraverso le sue meccaniche, ma anche attraverso la sua anima creativa.
È un gioco che sembra rivolgersi a chi nel videogioco continua a cercare emozioni vere. A chi ama lasciarsi sorprendere da mondi inaspettati. A chi crede che il videogioco possa ancora essere uno spazio di immaginazione e meraviglia.
E quando si osserva il lungo percorso che ha portato alla nascita di questo progetto, diventa quasi naturale comprendere perché siano stati necessari nove anni per arrivare fin qui. Nove anni non sono soltanto un periodo di sviluppo: sono il tempo necessario perché un’idea possa crescere, trasformarsi, trovare la propria voce. Nove anni di lavoro silenzioso, di tentativi, di errori e di nuove intuizioni. Nove anni in cui una semplice intuizione si è lentamente trasformata in un mondo.
E dopo aver scoperto anche solo una piccola parte di questa storia, viene quasi spontaneo pensare che forse non avrebbe potuto andare diversamente. Perché alcune opere, per esistere davvero, hanno bisogno di tempo. Tempo per maturare. Tempo per respirare. Tempo per diventare ciò che sono destinate a essere.
Il richiamo dell’Arcipelago
Benvenuti nell’Arcipelago. O, forse sarebbe più onesto dire, benvenuti nel primo, timido spiraglio su di esso che la demo ci ha permesso di intravedere. Una porzione minuscola, quasi un frammento sottratto a qualcosa di molto più grande, ma che tuttavia si è rivelata sorprendentemente sufficiente per lasciarci intuire la portata di un mondo che sembra estendersi ben oltre ciò che abbiamo avuto concretamente modo di esplorare.
Eppure, nonostante questa inevitabile limitazione, la sensazione che ci ha accompagnati durante l’intera prova è stata chiara fin dai primi minuti: quella di trovarci davanti a un luogo che non esiste semplicemente per essere attraversato, ma per essere vissuto, osservato, respirato. Un mondo che sembra quasi chiedere al giocatore di rallentare, di concedersi il tempo di guardarsi attorno, di lasciarsi attraversare dalle sue atmosfere prima ancora che dalle sue meccaniche.
Non a caso, quasi spontaneamente, ci siamo ritrovati a chiamarlo tra noi “Arcipelago delle meraviglie”. Un nome nato con leggerezza, quasi per gioco, ma che con il passare dei minuti si è rivelato sempre più appropriato. Perché l’Arcipelago, fin dal primo momento in cui vi si mette piede, trasmette proprio questo: la percezione di un mondo sospeso tra dimensione onirica e realtà tangibile, un luogo in cui fantasia, mito e quotidianità convivono con una naturalezza sorprendente. Le isole che lo compongono emergono dall’oceano come frammenti di un racconto più grande, ciascuna con una propria identità, un ritmo distinto, un’atmosfera che sembra respirare e vibrare indipendentemente dal passaggio del giocatore.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che più ci ha colpiti durante la prova: l’Arcipelago non si limita a mostrarsi, ma sembra suggerire continuamente qualcosa che va oltre ciò che vediamo. Ogni costa frastagliata, ogni piccolo sentiero che si insinua tra la vegetazione, ogni struttura abbandonata o insediamento apparentemente tranquillo sembra custodire un frammento di storia. È come se il mondo di gioco fosse stato costruito con l’intenzione di farci percepire che qualcosa è accaduto prima del nostro arrivo e che qualcosa continuerà a esistere anche dopo il nostro passaggio.

Camminando tra queste isole ci siamo ritrovati spesso a rallentare il passo quasi involontariamente. Non perché il gioco lo richiedesse esplicitamente, ma perché l’ambiente stesso invita alla contemplazione. Ci sono momenti in cui si smette quasi di pensare agli obiettivi o alle missioni e si finisce semplicemente per osservare il mondo attorno a noi: il modo in cui la luce si riflette sull’acqua, il movimento lento della vegetazione che si piega al vento, i piccoli dettagli ambientali disseminati lungo il percorso.
È una sensazione che ricorda quella che si prova entrando per la prima volta in un luogo sconosciuto ma stranamente familiare. Come se qualcosa, sotto la superficie, parlasse direttamente alla nostra curiosità.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più straordinari del lavoro svolto dal team di sviluppo: la cura quasi maniacale per il dettaglio. L’intero comparto artistico è frutto di un approccio profondamente artigianale, plasmato a mano dalle stesse mani degli sviluppatori, che hanno infuso in ogni tratto, in ogni sfumatura, una sensibilità capace di trasformare il virtuale in qualcosa di quasi tangibile. Ogni elemento — dagli scenari più ampi e suggestivi agli edifici, dagli oggetti ambientali più ordinari fino ai frammenti più piccoli del paesaggio — trasmette un senso di vita propria, come se fosse stato pensato non solo per essere visto, ma per essere sentito, esplorato e assaporato.
A rendere l’esperienza ancora più immersiva contribuisce poi il lavoro straordinario svolto sul fronte sonoro. La colonna sonora, firmata da compositori del calibro di Kevin Penkin, Mason Lieberman, Yasunori Nishiki e Pete Lepley, accompagna l’esplorazione con una sensibilità musicale che riesce a cogliere perfettamente l’anima del mondo di gioco. Non è una musica che cerca di imporsi con forza o di guidare artificialmente le emozioni del giocatore. Al contrario, è una presenza discreta e avvolgente, capace di amplificare ciò che già percepiamo osservando l’ambiente.
In alcuni momenti diventa quasi impercettibile, lasciando spazio ai suoni naturali dell’Arcipelago: il vento che attraversa le scogliere, il rumore dell’acqua che si infrange sulla riva, il fruscio della vegetazione. In altri invece emerge con maggiore intensità, accompagnando il senso di scoperta e meraviglia che accompagna l’esplorazione. Il risultato è un equilibrio sonoro estremamente raffinato, capace di rendere ogni momento dell’avventura leggermente diverso dal precedente.

Ma se estetica e atmosfera riescono a catturare immediatamente l’attenzione, è nel worldbuilding che il progetto dimostra una delle sue migliori qualità. L’Arcipelago non appare mai come una semplice successione di ambientazioni decorative. Non è un insieme di scenari costruiti soltanto per essere belli da vedere. Al contrario, ogni isola sembra possedere una propria identità culturale, una propria logica interna, quasi una piccola società con cui il giocatore è chiamato a “sintonizzarsi”.
C’è una coerenza sottile, quasi impercettibile, che percorre l’intero ecosistema di queste isole, un filo invisibile che intreccia ambienti, personaggi e creature in un armonioso equilibrio. Non si tratta di una semplice cornice pensata per sostenere l’azione, ma di una costruzione del mondo capace di trasmettere la sensazione di un universo vivo e credibile, in cui ogni dettaglio, per quanto piccolo, sembra possedere uno scopo, una storia propria e un legame intrinseco con tutto ciò che lo circonda.
Questo senso di vitalità si riflette chiaramente anche nella costruzione dei personaggi e delle creature che popolano l’Arcipelago. Gli ambienti sono ricchi, stratificati, pieni di piccoli elementi animati che donano profondità alla scena. Le animazioni – spesso sottili ma incredibilmente espressive — trasformano anche i dettagli più marginali in parti attive del paesaggio.
Allo stesso tempo, il character design rivela una sorprendente ricchezza e varietà. Abitanti delle isole, creature misteriose e soprattutto i numerosi nemici incontrati nel corso dell’avventura presentano forme spesso bizzarre, talvolta quasi surreali, ma sempre incredibilmente riconoscibili. Non sono semplici ostacoli da superare. Sembrano piuttosto creature che appartengono davvero a questo mondo.
Ed è proprio qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: l’Arcipelago non è soltanto bello da vedere, ma straordinariamente vivo da esplorare. Dietro la sua estetica incantata si cela un mondo vivo, ricco di interazioni, incontri e piccole storie che sembrano respirare autonomamente.
Anche nella breve demo che abbiamo avuto modo di provare, il gioco si è rivelato estremamente generoso in termini di contenuti: personaggi dalla spiccata personalità con cui interagire, eventi inaspettati che si intrecciano naturalmente nell’esplorazione, nemici riconoscibili, e una serie di quest che lasciano intravedere sviluppi narrativi profondi.

Nel corso della prova abbiamo avuto l’opportunità di visitare quattro diverse isole dell’Arcipelago, ciascuna caratterizzata da atmosfere e peculiarità ben distinte. Tra queste spicca senza dubbio l’isola che fungerà da hub principale dell’avventura: un piccolo villaggio di pescatori affacciato sul mare. È uno spazio che riesce a trasmettere immediatamente una sensazione di casa, un rifugio sicuro in un mondo che per il resto appare ancora vasto e misterioso. È qui che il ritmo dell’avventura rallenta, permettendo al giocatore di fermarsi, respirare e riflettere sulla propria missione prima di ripartire verso nuove isole.
E proprio parlando di missione, non possiamo naturalmente dimenticare il cuore narrativo dell’esperienza. Per quanto la demo lasci volutamente molte domande senza risposta, è evidente che dietro la bellezza dell’Arcipelago si cela una storia ancora avvolta nel mistero, fatta di segreti, enigmi e verità che attendono pazientemente di essere scoperti. Ed è proprio questo contrasto — tra la bellezza disarmante del mondo di gioco e l’eco di qualcosa di più oscuro che sembra celarsi sotto la sua superficie — a rendere l’esperienza così intrigante.
Nelle righe che seguono ci addentreremo ancora più a fondo in questo aspetto, cercando di condividere con voi la nostra esperienza personale, raccontandovi con maggiore dettaglio ciò che sappiamo finora sulla storia, le meccaniche di gioco e qualche dettaglio in più sul protagonista che ci accompagnerà lungo questo straordinario viaggio tra le isole dell’Arcipelago.
Vale la pena provare la demo?
Arrivati a questo punto, dopo aver analizzato il mondo di gioco, la direzione artistica, il sound design e la sorprendente qualità del worldbuilding che anima l’Arcipelago, è inevitabile tornare alla domanda che probabilmente molti lettori si stanno già ponendo: ma quindi, all’atto pratico, com’è giocare a The Eternal Life of Goldman? È davvero un’esperienza divertente? E soprattutto: merita di essere giocato anche nella sua attuale, breve versione dimostrativa?
Sono interrogativi fondamentali, perché per quanto un videogioco possa affascinare con la sua atmosfera, la sua estetica o la sua promessa narrativa, è sempre l’esperienza diretta — il momento in cui il giocatore prende in mano il controller — a determinare il vero valore di un’opera. Per rispondere con la dovuta onestà, però, è necessario compiere un ultimo passo indietro e osservare con maggiore attenzione la natura stessa dell’esperienza proposta da The Eternal Life of Goldman e la filosofia di design che sembra guidare il lavoro degli sviluppatori di Weappy Studio.
A una prima occhiata il gioco potrebbe apparire come un platform d’avventura piuttosto tradizionale: salti tra piattaforme, sequenze di precisione, nemici da affrontare sfruttando il tempismo e la padronanza dei movimenti. Tuttavia bastano pochi minuti di gioco per comprendere che sotto questa superficie familiare si nasconde un progetto molto più consapevole e ambizioso.
L’identità ludica dell’opera nasce infatti dall’incontro tra due anime complementari. Da una parte troviamo un platforming rigoroso e sorprendentemente esigente, costruito attorno a una filosofia di precisione quasi chirurgica. Dall’altra, emerge un approccio all’esplorazione che recupera alcune delle peculiarità più affascinanti del genere metroidvania, invitando il giocatore a osservare con attenzione gli ambienti, a memorizzare luoghi e percorsi e, soprattutto, a tornare sui propri passi quando nuove abilità o strumenti aprono possibilità prima invisibili. È un sistema che trasforma lo spazio di gioco in qualcosa di vivo, in costante dialogo con il giocatore.

The Eternal Life of Goldman non è un gioco che spinge continuamente il giocatore in avanti con urgenza o frenesia. Al contrario, invita spesso a rallentare, a osservare, a ragionare sullo spazio e sulle sue potenzialità.
L’esplorazione diventa così un processo attivo, quasi dialogico. Il giocatore non si limita ad attraversare il mondo di gioco: impara progressivamente a comprenderlo. A riconoscerne le regole implicite. A intuire, poco alla volta, le possibilità che si celano dietro ogni elemento dell’ambiente. Ed è proprio qui che emerge una delle qualità più sorprendenti della demo: l’equilibrio tra sfida e apprendimento.
Fin dai primi momenti diventa evidente che il gioco non è stato progettato come un platform indulgente. I salti richiedono precisione, tempismo e una crescente familiarità con la fisica dei movimenti del protagonista.
Ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui il gioco riesce a rendere questa difficoltà stimolante anziché punitiva. Ogni sezione sembra costruita con una cura quasi artigianale. Ogni piattaforma, ogni ostacolo, ogni elemento dell’ambiente appare collocato con un intento preciso: insegnare qualcosa al giocatore.
Quando si sbaglia, raramente si prova frustrazione. Piuttosto si ha la sensazione di aver semplicemente mancato il ritmo della sequenza o di non aver sfruttato appieno le possibilità offerte dal sistema di gioco. È una difficoltà che premia la comprensione, l’adattamento e la sensibilità nei movimenti, piuttosto che la memorizzazione sterile.
Ed è proprio in questa filosofia che si inserisce l’elemento forse più interessante dell’intero sistema di gameplay: il bastone di Goldman. All’inizio dell’avventura, il protagonista appare come una figura fragile e quasi fuori posto nel mondo che lo circonda. Goldman è un uomo anziano, dai capelli bianchi e dallo sguardo stanco, armato soltanto di un bastone da passeggio. Non ha l’aspetto dell’eroe tradizionale, né quello dell’avventuriero destinato a imprese straordinarie. Eppure, è proprio quel bastone apparentemente semplice a diventare il fulcro dell’intera esperienza.
Nel corso della demo scopriamo che lo strumento può essere smontato e ricomposto attraverso diverse componenti, ciascuna capace di modificare profondamente il modo in cui Goldman si muove e interagisce con l’ambiente. Non si tratta di semplici potenziamenti lineari: ogni configurazione introduce nuove possibilità, ma allo stesso tempo invita a ripensare quelle già scoperte.

Durante la nostra prova, ad esempio, abbiamo trovato un’impugnatura ricurva che ha trasformato il bastone in un vero e proprio strumento di aggancio. In un’altra occasione, il bastone è diventato un mezzo per interagire con l’ambiente: abbiamo spostato oggetti, utilizzato elementi scenografici come piattaforme improvvisate e sfruttato la fisica del mondo di gioco per aprire nuovi percorsi. Ancora più interessante è stata la scoperta di una nuova asta realizzata con un materiale più elastico rispetto al materiale classico. Questa modifica ha permesso a Goldman di compiere salti più alti e più ampi, aprendo nuove possibilità di movimento. Ma il gioco non si limita mai a spingere il giocatore verso un potenziamento definitivo.
Al contrario, in alcune sezioni è stato necessario tornare alla configurazione originale, dimostrando come ogni componente del bastone mantenga una propria utilità specifica. È una scelta di design intelligente, che incoraggia la sperimentazione e rafforza il legame tra il giocatore e il proprio strumento principale.
Il bastone, inoltre, non è soltanto uno strumento di esplorazione: è anche l’unico mezzo con cui Goldman può difendersi. I nemici vengono sconfitti saltando sulle loro teste, integrando il combattimento all’interno delle stesse dinamiche che definiscono il platforming. Questo contribuisce a creare un’esperienza incredibilmente coerente. Non esistono sistemi separati o meccaniche isolate: tutto ruota attorno al movimento, alla fisica dei salti e alla padronanza dello spazio.
Anche le boss fight presenti nella demo seguono questa stessa filosofia. Nei circa novanta minuti messi a disposizione dagli sviluppatori, abbiamo affrontato tre incontri distinti che si sono rivelati più simili a sfide ambientali complesse che a tradizionali combattimenti. Ogni boss rappresenta una sorta di prova finale per le abilità acquisite fino a quel momento. Non si tratta semplicemente di infliggere danni, ma di comprendere il comportamento dell’avversario, osservare l’ambiente circostante e sfruttare in modo creativo le meccaniche apprese. Questa impostazione rafforza ulteriormente l’identità del gioco, trasformando ogni incontro in un momento di apprendimento e scoperta.
Ma se il gameplay rappresenta la struttura portante dell’esperienza, è la dimensione narrativa a conferire alla demo una profondità inattesa. La missione di Goldman è, almeno all’apparenza, molto semplice: raggiungere l’Arcipelago e uccidere la Divinità, una misteriosa creatura di cui tutti parlano ma che nessuno sembra aver mai visto davvero. È una premessa quasi mitologica, che ricorda il tono delle grandi fiabe d’avventura.

Eppure, nel corso della nostra sessione, sono emersi segnali che suggeriscono qualcosa di molto più complesso. In alcuni momenti chiave, il gioco interrompe l’azione con brevi dialoghi tra un bambino e sua madre. Le loro voci sembrano raccontare proprio la storia di Goldman, come se le nostre azioni facessero parte di una narrazione più ampia. In questi scambi compaiono dettagli enigmatici — come il riferimento alla visita di un clown — che aprono interrogativi affascinanti sulla vera natura del racconto. Non sappiamo ancora dove porterà questa linea narrativa, ma la sensazione è che dietro la favola dell’anziano avventuriero si nasconda una storia molto più personale, forse malinconica, forse perfino dolorosa.
E proprio qui emerge uno degli aspetti più sorprendenti della demo: The Eternal Life of Goldman riesce a trasmettere un senso di umanità rara. Giocandolo, si ha spesso la sensazione di accompagnare Goldman in un viaggio che non è soltanto fisico, ma anche emotivo. Il modo in cui si muove, la lentezza dei suoi gesti, la fragilità che traspare dalla sua figura creano un contrasto affascinante con la difficoltà delle sfide che affronta.
È come se ogni salto fosse, in fondo, una piccola sfida contro il tempo, contro l’età, contro qualcosa di più grande. E forse è proprio questa dimensione a rendere l’esperienza così memorabile.
Al termine dei novanta minuti che compongono la demo, la sensazione che rimane è quella di aver intravisto soltanto l’inizio di qualcosa di molto più grande. The Eternal Life of Goldman mostra già ora una sicurezza progettuale notevole, un’identità chiara e una sensibilità narrativa che raramente si incontra in produzioni di questo tipo. Non è un gioco che cerca di conquistare il giocatore con spettacolarità o eccessi. Al contrario, punta tutto su cura, precisione, personalità, artigianalità.
E proprio per questo riesce a lasciare il segno.
Lo sappiamo bene: il 2026 si prospetta come uno degli anni più e ricchi di grandi uscite degli ultimi tempi, una stagione che promette di mettere i giocatori di fronte a una quantità impressionante di produzioni ambiziose e attesissime. Proprio per questo, però, il nostro consiglio è tanto semplice quanto sincero: tenete d’occhio The Eternal Life of Goldman.
Perché, se il resto dell’avventura saprà mantenere la stessa cura, la stessa identità e la stessa sensibilità che abbiamo avuto modo di intravedere in questa demo, il viaggio di Goldman potrebbe rivelarsi molto più di un buon gioco. Potrebbe, senza troppi giri di parole affermarsi essere una delle migliori sorprese di quest’anno.
