Due nuovi progetti, un’identità da ricostruire: perché il futuro di Lara Croft passa da questo terzo rilancio.

Poche saghe nel panorama videoludico possono vantare un’eredità tanto influente quanto, al tempo stesso, così segnata da continui tentativi di reinventarsi come Tomb Raider. Nato nel 1996 come esperimento pionieristico di avventura tridimensionale, il franchise ha definito molte delle regole dell’action-adventure moderno: dall’esplorazione verticale agli enigmi ambientali, dall’equilibrio tra platforming e combattimento alla costruzione di mondi interattivi coerenti e immersivi.
Il percorso della serie, tuttavia, non è mai stato lineare. Ai picchi di autentica innovazione si sono alternate fasi di stanchezza creativa, scelte progettuali affrettate e reboot dai risultati disomogenei. Persino la cosiddetta “era Core Design”, spesso ricordata con profonda nostalgia, è stato un periodo caratterizzato da profonde discontinuità, rivelando fin da allora le fragilità strutturali di una formula sottoposta a ritmi produttivi sempre più serrati.
Dopo l’impatto dirompente del primo capitolo, Tomb Raider II ne consolidò l’impianto ludico e ne ampliò l’ambizione, ma il progressivo irrigidirsi della formula e l’inarrestabile pressione industriale finirono per eroderne la spinta innovativa. Il declino si rese evidente con Chronicles e trovò il suo punto di rottura in The Angel of Darkness: un progetto ambizioso ma irrisolto, schiacciato da limiti tecnici, da un design incompiuto e da una direzione creativa frammentata, al punto da compromettere non solo la credibilità del marchio, ma la stessa sopravvivenza dello studio. I successivi tentativi di rilancio – dalla trilogia Legend / Anniversary / Underworld fino alla più recente fase Survivor – hanno cercato di ridefinire Lara Croft e il suo universo, con esiti alterni e un’identità sempre più difficile da ricondurre a coordinate stabili.
Oggi, con l’annuncio di due nuovi progetti – una reimmaginazione completa del primo Tomb Raider e il sequel Catalyst – la saga si trova di fronte al suo terzo grande restart. Non si tratta di un semplice restyling, ma di una vera e propria riscrittura del mito. Per Tomb Raider è un passaggio cruciale: ripensare Lara Croft per il presente senza tradirne l’essenza, aggiornare il linguaggio ludico e narrativo senza smarrirne la memoria e dimostrare che una delle icone più riconoscibili del medium può ancora parlare al futuro senza rinnegare il proprio passato.
Il primo rilancio: ritorno alle origini e ridefinizione dell’identità
Il primo vero tentativo di rifondazione della saga arrivò con Tomb Raider: Legend, sotto la guida di Toby Gard, il creatore originale di Lara Croft. L’obiettivo era ambizioso: riportare in auge lo spirito dell’archetipo classico, restituendo una protagonista atletica, abile e carismatica, capace di dominare l’azione con sicurezza, ma arricchita da uno spessore umano fino ad allora inedito, che la rendeva finalmente meno monolitica e più immediatamente riconoscibile ai giocatori.
La cosiddetta “trilogia Legend” – composta da Legend, Anniversary e Underworld – riuscì a ricostruire un’identità coerente con le esigenze tecnologiche e narrative del periodo. Antagonisti e comprimari vennero resi più sfaccettati – su tutti spicca il ritorno iconico di Natla, che consolidava la tensione narrativa e conferiva maggiore profondità alla saga. Il design dei livelli, dal canto suo, bilanciava esplorazione, platforming e combattimento con un ritmo più moderno e spettacolare. Il risultato fu un rilancio convincente: la serie ritrovava visibilità e coerenza, pur senza stravolgere radicalmente il proprio linguaggio ludico e narrativo.


Il secondo reboot: il nuovo volto di Lara Croft
Il secondo tentativo di rilancio, più radicale e ambizioso, si concretizzò con la trilogia Survivor. Il progetto originale, inizialmente caratterizzato da atmosfere horror e suggestioni paranormali, fu completamente ripensato, dando vita a Tomb Raider (2013), Rise of the Tomb Raider e Shadow of the Tomb Raider.
La Lara che ne emerge è profondamente diversa: meno icona mitizzata e più figura carnale – vulnerabile, fisica, temprata dall’esperienza e dal dolore. Il racconto si spostò sull’origine del personaggio e sulla dimensione della sopravvivenza; il gameplay venne ricondotto a un registro più cinematografico e e a strutture open-ended che privilegiavano immersione e libertà di esplorazione, a scapito dell’azione puramente spettacolare che aveva caratterizzato alcune delle iterazioni precedenti.
La scelta si rivelò vincente: la trilogia rilanciò il brand, consolidando visibilità e successo commerciale, ma segnò anche una cesura netta con l’immaginario classico della saga. Sullo sfondo, la gestione di Square Enix evidenziava crescenti difficoltà nel valorizzare strategicamente le proprie IP storiche – Tomb Raider e Deus Ex in primis – situazione che avrebbe poi portato alla cessione del marchio. Da qui una domanda rimasta sospesa per anni: esiste ancora uno spazio per un Tomb Raider che sappia coniugare eredità e innovazione senza snaturare la propria identità?

Doppie pistole, doppio rilancio: la nuova strategia
La risposta è arrivata durante la cerimonia dei The Game Awards con l’annuncio di due nuovi progetti: una reimmaginazione del primo, storico capitolo della saga e un nuovo episodio intitolato Catalyst.
Fin dai primi trailer, la direzione appare inequivocabile: un ritorno all’estetica e al carattere della Lara Croft “classica”. Tornano le leggendarie doppie pistole, ma soprattutto viene restituita al centro della scena una protagonista sicura di sé e tecnicamente padrona dell’azione, in netta discontinuità con la fragilità emotiva che aveva contraddistinto la Lara della saga Survivor.
Non si tratta di un esercizio nostalgico fine a sé stesso, ma di una dichiarazione d’intenti: ricollocare Tomb Raider entro una formula action-adventure che torni a privilegiare padronanza tecnica, centralità dell’esplorazione e una forte identità autoriale. In questa prospettiva, i due nuovi titoli non rappresentano soltanto un rilancio commerciale, bensì un’operazione di riposizionamento culturale del marchio – la cui efficacia dipenderà, tuttavia, dalla capacità degli sviluppatori di tradurre tale ambizione in scelte di design coerenti e in un’esperienza di gioco realmente rinnovata.

Legacy of Atlantis: ripensare l’archetipo, non solo rimodernarlo
Il primo Tomb Raider non rappresenta soltanto un passaggio cruciale nella storia del medium, ma un’opera che ha inciso in modo determinante sulla ridefinizione dell’action-adventure tridimensionale. La sua importanza va ben oltre il valore iconografico del personaggio o il peso simbolico del titolo; risiede, piuttosto, nell’elaborazione di un linguaggio ludico allora inedito, costruito sull’esplorazione dello spazio, sulla centralità degli enigmi ambientali e su una concezione dell’avventura che ha segnato e influenzato un’intera generazione di produzioni.
Il precedente tentativo di modernizzazione, Tomb Raider: Anniversary, aveva offerto una reinterpretazione tecnicamente aggiornata, introducendo QTE, combattimenti più dinamici e meccaniche di aggancio ispirate all’action contemporaneo. Un progetto interessante, ma ancora ancorato a una visione ibrida tra tradizione e tendenze del tempo.
Legacy of Atlantis si trova oggi di fronte a una sfida più complessa: non aggiornare semplicemente un classico, ma ripensarne i fondamenti strutturali.
Movimento e lettura dello spazio
Il cuore di Tomb Raider risiede nella relazione tra giocatore e spazio: verticalità, punti di vista nascosti, piattaforme e percorsi multipli. La progettazione deve garantire la precisione del platforming classico, integrandola al contempo con la libertà e la fluidità tipiche delle produzioni moderne. Il rischio, però, è quello di smarrire la “lettura ambientale”: se verticalità e vincoli spaziali vengono appiattiti, viene meno l’essenza stessa della serie.
Sistema di combattimento
Il ritorno delle doppie pistole implica una revisione profonda del sistema di combattimento. Non si tratta solo di rendere gli scontri più dinamici, ma di ristabilire un rapporto coerente tra agilità della protagonista, leggibilità delle arene e coreografia dell’azione. Le boss fight diventano così il vero banco di prova: lo scontro con il T-Rex, mostrato nel trailer, diventa simbolo tanto della memoria storica della saga quanto delle ambizioni tecniche del nuovo progetto.
Enigmi e player guidance
La componente puzzle rimane probabilmente la sfida più delicata. La trilogia Survivor aveva introdotto sistemi di assistenza – come la “visione” di Lara – per ridurre frustrazione e blocchi. Legacy of Atlantis, puntando a un’esperienza più “realistica” e meno mediata dall’interfaccia, potrebbe adottare soluzioni di guida diegetica: monologhi interiori, indizi ambientali e ragionamento ad alta voce, in una logica simile a quella vista in God of War o Escape from Butcher Bay. Un approccio che, se ben calibrato, permetterebbe di preservare immersione e ritmo narrativo senza sacrificare la sfida.
Natla: riplasmarne l’archetipo
La gestione di Natla, antagonista centrale del capitolo originale, rappresenta uno dei nodi narrativi più delicati del rilancio. Non basta riproporne l’iconografia: Natla va ripensata come un personaggio complesso, capace di intrecciare mito, tecnologia e ambizione politica. Occorre una riscrittura che le dia motivazioni credibili, interessi geopolitici e conflitti interiori, trasformandola da semplice boss simbolico a un antagonista tematico in grado di interrogare questioni contemporanee – dal potere all’appropriazione delle risorse, fino alla manipolazione del mito come strumento di legittimazione.


“Preparate la cella frigorifera…”: la Magione Croft come spazio identitario
Tra gli elementi più iconici dell’immaginario classico di Tomb Raider figura la Magione Croft: non solo hub funzionale, ma spazio simbolico, luogo di decompressione e laboratorio di design. Piscina, percorso di addestramento, labirinto di siepi e il leggendario maggiordomo – spesso “segregato” nella cella frigorifera – sono diventati rituali condivisi dalla community.
Al momento non ci sono conferme ufficiali sul suo ritorno, ma la sua eventuale reintroduzione rappresenterebbe molto più di un semplice omaggio nostalgico: sarebbe un potente strumento di worldbuilding, un punto di contatto tra memoria storica e nuova direzione autoriale.
Quando torna Lara?
Tomb Raider: Legacy of Atlantis è atteso nel corso del 2026, in una finestra ancora da definire.
Se i nuovi progetti sapranno coniugare rispetto per l’eredità della saga e autentica innovazione – evitando tanto l’autocelebrazione quanto l’omologazione agli stilemi dominanti – il ritorno di Lara Croft non sarà un semplice revival, ma il terzo, definitivo rilancio della serie. Resta da vedere se questa opportunità verrà colta fino in fondo. In gioco non c’è soltanto il valore commerciale del franchise, ma la possibilità di restituire a Lara Croft la centralità, l’autorevolezza e il fascino che l’hanno consacrata a icona senza tempo del videogioco contemporaneo.

