Un action RPG caotico e malinconico che trasforma quaderni, inchiostro e memorie dimenticate in un mondo sorprendente

Ink Inside non è arrivato dal nulla. Prima di approdare su Steam nel dicembre 2024, il progetto di Blackfield Entertainment LLC ha attraversato un percorso lungo e dichiaratamente indipendente: presentazioni al PAX Rising, riconoscimenti al Big Indie Pitch e al Digital Dragons, anni di sviluppo portati avanti da un piccolo team con un background tutt’altro che ordinario. Il gioco è poi approdato su PlayStation 5, Xbox Series e Nintendo Switch, pubblicato da Entalto Publishing, e in pochi mesi si è guadagnato una reputazione solida nella scena indie, comparendo tra le hidden gem più citate su Reddit e nelle classifiche di Steam.

Un risultato che non dipende dalla visibilità o dal budget, ma dalla forza di una visione. Ink Inside è un action RPG ibrido che mescola estetica cartoonesca, combat system originale e una narrazione stratificata con una coerenza rara per un’opera prima. Dietro la sua superficie colorata e apparentemente leggera si nasconde qualcosa di più complesso: una riflessione sulla creazione, sulla memoria e sul deterioramento — non solo materiale, ma anche emotivo.

E sì, anche qualcosa di decisamente strano.

Narrazione e ambientazione: quaderni, memoria e il Grande Piegamento

La premessa narrativa di Ink Inside è semplice ma estremamente efficace. Vestiamo i panni di Stick, uno scarabocchio incompiuto — un doodle non finito, privo di un’origine chiara — che si ritrova nel taccuino chiamato Princess Land, un mondo creato da una ragazza di nome Hannah quando era ancora alle elementari, affascinata da principesse e mondi fantasy. Il problema è che qualcosa ha cambiato tutto: una perdita d’acqua dal soffitto sta lentamente impregnando le pagine, distorcendo il mondo disegnato e trasformando i personaggi un tempo amichevoli in creature corrotte e ostili — i Sog, esseri fradici che si diffondono come un’infezione, alterando non solo i doodle ma la carta stessa su cui vivono.

Ink Inside storytelling

Ma la storia vera inizia prima. Il gioco costruisce con cura la sua cosmologia attraverso i dialoghi: un tempo, spiega l’Elder Fuzz, tutti i taccuini di Hannah erano mondi separati e i loro abitanti potevano muoversi liberamente tra di loro. Poi è arrivato il Grande Piegamento (*Great Folding*): Hannah ha riunito tutti i suoi quaderni in una scatola, le porte tra i mondi si sono danneggiate o distrutte, gli abitanti si sono dispersi. E subito dopo è comparso il Sog.

È un’intuizione narrativa potente, perché il Grande Piegamento non è semplicemente un evento cosmico. È l’allegoria di un abbandono creativo: Hannah ha smesso di frequentare i suoi mondi, li ha impacchettati, messi da parte. E il Sog — l’acqua che corrode, l’umidità che sfuma i contorni — è arrivato quando l’attenzione della creatrice è venuta meno. Il mondo letteralmente si deteriora quando nessuno lo guarda più.

Ink Inside storytelling

Questo senso di abbandono permea ogni angolo del gioco. Il Detective Fuzz è un rifugiato: viene da Fuzzville, un altro taccuino ormai sommerso, accolto dalla Queen di Princess Land insieme ad altri displaced. Ogni personaggio porta con sé una storia di perdita e di adattamento. L’intero universo di Ink Inside è un mondo in ricostruzione, che cerca di sopravvivere con quello che resta.

Al centro di tutto c’è il concetto di Genetic Memory — o *Gene Meme*, come la chiamano i personaggi più giovani. Non è soltanto la memoria condivisa tra un doodle e la sua creatrice: è il ricordo emotivo specifico che ha motivato Hannah a disegnare quel personaggio. Ogni doodle porta in sé un frammento dell’esperienza di Hannah, e la Genesis Memory completa, quando finalmente emerge, è descritta come la visione più dolorosa che un doodle possa sperimentare. Non un ricordo qualsiasi: il racconto di ciò che è accaduto a Hannah e che l’ha spinta a creare.

Esplorare Princess Land significa, in qualche modo, esplorare anche Hannah. E Stick — incompiuto, senza un’origine chiara, con memorie di Hannah in momenti diversi della sua vita — è il personaggio più misterioso di tutti. Non corrisponde allo stile delle elementari, né a quello del liceo, né a quello del college. Da dove viene? Il gioco pone la domanda e lascia che sia il giocatore a portarla con sé.

Hannah

Vale la pena aggiungere una nota sulla struttura dell’opera: Ink Inside copre la prima delle tre stagioni di contenuti che il team ha scritto — l’equivalente, nelle parole degli stessi sviluppatori, di ventiquattro episodi da mezz’ora di una serie animata, compressi in 9-10 ore di gioco. Non è un primo capitolo dimesso: è una stagione completa. La scelta di concentrarsi sulla qualità piuttosto che sulla quantità è dichiarata e consapevole — meglio un gioco riuscito con dieci ore di storia che uno mediocre con trentasei. È una priorità che si sente, e che lascia spazio a sequel capaci di aggiungere non solo più storia, ma anche meccaniche nuove.

Gameplay: caos controllato tra beat’em up e dodgeball

Se dal punto di vista narrativo Ink Inside costruisce con pazienza e stratificazione, è nel gameplay che prova a distinguersi in modo più immediato.

Il sistema di combattimento è un ibrido tra beat’em up e meccaniche da dodgeball. I nemici lanciano proiettili secondo pattern da bullet hell, e il giocatore deve schivare, bloccare e contrattaccare combinando attacchi corpo a corpo con la gestione di una palla da lanciare contro gli avversari. Non si tratta semplicemente di colpire e schivare: il gioco richiede di leggere i pattern, gestire lo spazio e sfruttare le traiettorie degli attacchi. In pratica, si è costantemente in movimento, con un ritmo più vicino a uno shoot’em up morbido che a un action RPG classico.

Ink Inside gameplay

A questo si aggiunge la barra delle COOL MOVES: una volta caricata, permette di infrangere letteralmente le regole del combattimento, rompendo le difese nemiche e infliggendo danni maggiori sfondando il muro invisibile che le protegge. È un sistema che premia il tempismo e la gestione delle risorse, ma che rimane accessibile nelle difficoltà più basse.

La struttura RPG non è mai opprimente, ma è presente e ben calibrata. Quindici livelli di esperienza, trentatré Jobs da trovare e completare, quattordici Cores con perk unici che si attivano sui colpi perfetti. Qui il gioco fa qualcosa di intelligente: i Cores non sono soltanto meccaniche di gioco, sono parte integrante del lore. Come spiega Kalamity, uno dei personaggi, i Cores assorbono il materiale dell’ambiente circostante — matita, pennarello, pastello — e lo iniettano dove serve, riparando doodle corrotti e proteggendo contro il Sog. La meccanica di gioco e la narrativa parlano la stessa lingua.

Il gioco supporta inoltre il co-op locale fino a due giocatori, con una soluzione particolarmente elegante: il secondo giocatore può unirsi in qualsiasi momento direttamente dal menu di pausa, senza bisogno di ricominciare o accedere a una lobby dedicata. Il secondo personaggio è Traff, con un suo arco narrativo, uno stile di combattimento distinto e una schermata di introduzione che ne riassume perfettamente il carattere: *”Oh $#*! It’s Traff”*. I due personaggi progrediscono con barre esperienza separate.

Ink Inside gameplay

Per chi cerca una sfida più impegnativa, la modalità S+ trasforma l’esperienza in qualcosa di genuinamente punitivo, un tributo dichiarato ai titoli ragequit degli anni d’oro dei cartoni animati. Il team consiglia di completare il gioco in modalità normale prima di affrontarla. Non è un consiglio ironico.

Tematiche: creatività, abbandono e la fragilità di ciò che viene dimenticato

Ink Inside non è un gioco che porta le sue tematiche in superficie. Le lascia emergere lentamente, attraverso i dialoghi, la costruzione del mondo, i dettagli del lore.

Il tema centrale è il fallimento creativo — o meglio, l’abbandono. Il Grande Piegamento non è una catastrofe naturale: è la conseguenza diretta di Hannah che ha smesso di frequentare i suoi mondi, ha impacchettato i suoi quaderni, li ha messi da parte. L’acqua che corrode Princess Land non è altro che il tempo e l’indifferenza che erodono ciò che non viene più curato. I mondi non muoiono per un atto ostile, muoiono per dimenticanza.

Ink Inside temi

Questo si intreccia con la domanda sull’identità dei personaggi: cosa siamo quando la persona che ci ha creati smette di pensarci? I doodle di Ink Inside sono frammenti di emozione, tracce di esperienze che Hannah ha vissuto e tradotto in inchiostro. La Genesis Memory è il legame che li unisce alla loro creatrice, ma è anche ciò che li rende vulnerabili: dipendono da un ricordo che non controllano.

C’è poi un nesso che il gioco non esplicita mai, ma che è impossibile ignorare: Ink Inside nasce da un cartoon pilot mai realizzato, originariamente proposto a Nickelodeon. Il team ha scritto tre stagioni di contenuti per una storia che non ha trovato spazio nella televisione, e ha trasformato quella storia in un videogioco. Il mondo di Ink Inside è, letteralmente, un mondo di idee che rischiavano di rimanere in una scatola. Il Grande Piegamento come allegoria autobiografica.

In un momento in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale nella produzione creativa è particolarmente acceso, vale la pena segnalare che Blackfield ha dichiarato esplicitamente di non aver utilizzato IA nella realizzazione del gioco. Ink Inside è un’opera fatta interamente da mani umane, che parla di ciò che le mani umane lasciano nel mondo quando smettono di disegnare.

Ink Inside temi

Direzione artistica: un’estetica costruita a mano, quaderno per quaderno

La direzione artistica di Ink Inside è uno dei suoi elementi più immediatamente riconoscibili. Ogni asset è disegnato a mano, ogni ambiente porta visibile la traccia di chi lo ha costruito — un tratto impreciso nel senso migliore del termine, caldo, imperfetto, umano.

Gli ambienti riflettono la storia del mondo: Princess Land, con le sue tonalità pastello e i suoi elementi fantasy, è il taccuino delle elementari di Hannah. Il Sugar Swamp è un tripudio di colori saturi e forme rotonde. La Fuzzball Forest introduce toni più scuri. Ogni area ha una sua identità visiva precisa, coerente con l’idea che ciascun quaderno sia un mondo con una propria personalità stilistica — il riflesso di una fase diversa della creatività di Hannah.

Ink Inside grafica

Il cast è pienamente animato e doppiato, con una character design che riesce nell’impresa di essere al tempo stesso caricaturale e caratterizzata. Stick è volutamente abbozzato, incompiuto. Traff è il suo opposto — colori saturi, ali da fata, energia sopra le righe. Detective Fuzz ha l’aria stanca di chi ha visto troppo. Kalamity è asimmetrico e inquietante nel modo giusto.

Ma l’elemento stilistico più originale e memorabile sono le cutscene in live action. Il gioco interrompe il suo mondo disegnato con riprese reali: mani che sfogliano quaderni veri, matite, carta, luce naturale. Il passaggio è deliberatamente straniante — ti ricorda costantemente che quello che stai esplorando è qualcosa di costruito, fragile, temporaneo. Qualcosa che esiste perché una persona reale ha deciso di metterlo su carta. Queste sequenze raccontano la storia di Hannah e sono il momento in cui il gioco smette di essere un action RPG e diventa qualcosa di più personale.

La colonna sonora, composta e registrata interamente da musicisti in carne e ossa, conta oltre venti tracce originali. Il tono oscilla tra il malinconico e il vivace senza mai risultare fuori posto, accompagnando il doppio registro del gioco con coerenza.

Gli sviluppatori: da Cartoon Network all’horror, fino a Princess Land

Blackfield Entertainment LLC è un piccolo studio indipendente fondato da un gruppo di ex professionisti con un curriculum insolito. Alcuni vengono dall’animazione televisiva — con esperienze su titoli come Steven Universe: Unleash the Light e Teeny Titans Go Figure! per Grumpyface Studios. Altri provengono dal settore dell’horror videoludico, con lavori su We Went Back (Dead Thread Games) e il più recente Sleep Awake (Blumhouse Games).

È una combinazione che sembra contraddittoria e che invece spiega quasi tutto di Ink Inside: il tono affettuoso e nostalgico dell’animazione americana degli anni Novanta e Duemila, la capacità di costruire personaggi immediatamente riconoscibili — tutto questo viene dall’animazione. La disponibilità a costruire un mondo con strati di lore, con misteri che non si risolvono subito, con una tensione narrativa che cresce lentamente — questo viene dall’horror.

Ink Inside

Il risultato è un gioco che sa essere buffo e malinconico nella stessa scena. Che può avere un personaggio come il primo Highlighter — un eroe leggendario che ha combattuto il Sog, ha rivelato alla Queen che ne esistevano altri, e poi è semplicemente sparito — descritto con la stessa voce con cui si racconta un’epica, per poi aggiungere che c’è chi dice di averlo visto combattere mostri enormi, chi dice che è caduto in battaglia, e chi dice che è stato avvistato mentre prendeva un caffè. Epica e assurdo nella stessa battuta, senza che nessuno dei due venga sminuito.

Il doppiaggio completo include Brian David Gilbert (YouTube, Dropout) come Stick e Deneen Melody (Evangelion, Romantic Killer su Netflix) come Traff. Il resto del cast — Ryan Cooper, RK Anderson, Cidney Hale, Vyn Vox, FootofaFerret, Richard Mansfield — completa un ensemble che dà ritmo, tono e credibilità a ogni scena.

Il gioco ha una struttura narrativa seriale consapevole: il team ha scritto materiale per tre stagioni, la struttura originale del cartoon pilot mai realizzato. Ink Inside copre la prima. Alcune domande resteranno aperte. Ma il paragone che si impone è onesto: anche Kingdom Hearts non spiegava le origini dei Heartless nel primo capitolo, anche Half-Life si chiudeva con più domande che risposte. La differenza è che Ink Inside offre archi narrativi principali compiuti, personaggi con storie che trovano una conclusione, e cinquantamila parole di lore da esplorare.

Ink Inside

Conclusioni

Ink Inside conquista non con l’immediatezza, ma con la persistenza. È un gioco che sa esattamente cosa vuole essere, e costruisce ogni elemento — visivo, narrativo, ludico — attorno a questa visione con una coerenza che sorprende per un’opera prima.

Il combat system ibrido è originale e soddisfacente, anche se richiede tempo per essere apprezzato nella sua profondità. La progressione RPG è generosa senza essere opprimente. Il co-op drop-in è un’aggiunta genuinamente ben pensata. Ma sono la narrazione e l’estetica a rendere Ink Inside qualcosa di più di un buon action RPG indie: un mondo costruito con affetto, che parla di cosa succede ai mondi quando nessuno li guarda più.

Le cutscene in live action rimangono la scelta stilistica più coraggiosa e più riuscita — il momento in cui il gioco smette di giocare e dice qualcosa di vero su cosa significa creare qualcosa e poi lasciarlo andare.

Non è un gioco perfetto. Il ritmo può risultare irregolare, e alcune meccaniche richiedono una curva di apprendimento che non tutti saranno disposti ad affrontare. Ma quando funziona — e funziona spesso — Ink Inside è esattamente il tipo di esperienza che ci si aspetta e si spera di trovare nella scena indie: personale, imperfetta, coraggiosa.

Stick

Se volete saperne di più:

Ink Inside Sito Ufficiale

Ink Inside

“Ink Inside è un action RPG ibrido sviluppato da Blackfield Entertainment LLC e pubblicato da Entalto Publishing. Mescola combat system da beat’em up e dodgeball con una narrazione stratificata ambientata in un universo di taccuini disegnati a mano. Il gioco costruisce con cura la sua cosmologia — il Grande Piegamento, i Cores, la Genetic Memory — e intreccia meccanica e lore in modo coerente. Il doppiaggio completo, le cutscene in live action e una direzione artistica fatta interamente a mano contribuiscono a un’identità visiva e narrativa difficilmente imitabile. Un’opera prima ambiziosa, che dichiara esplicitamente le sue intenzioni seriali e le mantiene, offrendo un primo capitolo solido e un mondo in cui vale la pena tornare.”

PRO

  • Identità visiva fortemente caratterizzata, con asset interamente disegnati a mano e ambienti ricchi di personalità
  • Sistema narrativo stratificato — la cosmologia dei taccuini, il Grande Piegamento, la Genetic Memory — costruito con coerenza e profondità
  • Cutscene in live action come scelta stilistica coraggiosa e tematicamente pertinente
  • Combat system originale, ibrido tra beat’em up e dodgeball, con una progressione RPG accessibile ma non superficiale
  • Co-op locale drop-in, attivabile in qualsiasi momento senza interrompere la sessione
  • Doppiaggio completo con un cast di qualità, raro a questo prezzo e per un’opera prima

CON

  • Narrazione seriale dichiarata: alcune domande narrative resteranno aperte in attesa dei capitoli successivi
  • Il ritmo può risultare irregolare, con momenti di esplorazione rilassata che contrastano con combattimenti frenetici non sempre bilanciati
  • La curva di apprendimento del combat system richiede tempo e può risultare disorientante nelle prime fasi
  • La quantità di lore — benché ben costruita — può sopraffare chi cerca un’esperienza più lineare e immediata
SCORE: 7.5

7.5/10

Sono un'artista italiana che ha iniziato un po' tardi ad appassionarsi al mondo dei giochi ma che se ne è innamorata subito. Non sono una gran giocatrice e scelgo titoli che si adattino alle mie preferenze personali, ma posso apprezzare soprattutto i contenuti grafici e le soluzioni artistiche. Inoltre, sto imparando a conoscere anche tutte le affascinanti funzionalità del game development.