Il progetto che avrebbe potuto segnare la rinascita di Ubisoft.
Da anni Ubisoft attraversa una crisi sistemica profonda, strutturale, che va ben oltre il semplice insuccesso commerciale di singoli titoli. Una lenta ma costante discesa che si manifesta attraverso una sequenza di fallimenti progettuali, riorganizzazioni interne, licenziamenti su larga scala e una progressiva perdita di identità creativa.
Un tempo colosso visionario dell’industria, oggi Ubisoft appare come una macchina produttiva priva di una direzione chiara, schiacciata da un modello industriale che ha progressivamente sacrificato la qualità sull’altare della serializzazione, dell’ottimizzazione dei costi e della ripetizione di formule consolidate.
Tre progetti avrebbero potuto segnare l’inversione di rotta: Star Wars Outlaws, Avatar: Frontiers of Pandora e il remake di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo. Tre operazioni ad alto valore simbolico e strategico. Tre fallimenti.
I primi due titoli, pur beneficiando di budget elevati e licenze prestigiose, hanno mostrato i limiti della formula open world classica di Ubisoft: mappe estese e dettagliate, check-list di attività, missioni ripetitive, narrativa spesso superficiale, esperienza di gioco anonima e priva di identità. Una struttura che per anni ha garantito numeri e vendite, ma che oggi, in un mercato più esigente e consapevole, appare stantia e già superata.
Nelle ultime settimane, inoltre, il titolo azionario di Ubisoft è precipitato a circa 6 dollari, un segnale chiaro della perdita di fiducia degli investitori. La recente riorganizzazione interna, volta a diversificare i progetti e ridurre i rischi, appare frammentaria e incapace di restituire una direzione coerente all’azienda.
Le residue speranze – Beyond Good and Evil 2, il Splinter Cell Remake – appaiono più come reliquie simboliche che come reali progetti di rilancio. La deriva verso i live service, la perdita di identità delle IP storiche (Rainbow Six, Ghost Recon), l’omologazione estetica e strutturale della produzione rendono il quadro profondamente critico.
Non ci troviamo di fronte a una crisi temporanea, ma a una crisi di modello.

La metafora del Principe
Non sorprende che il fallimento del remake di Prince of Persia sia emblematico della crisi Ubisoft. La saga stessa insegna una verità universale: sottovalutare una forza – sia essa il tempo, un nemico, o un singolo salto – conduce inevitabilmente al disastro.
Nel 2020, Ubisoft presenta il primo trailer del remake di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo. La risposta del pubblico e della critica è immediata e negativa: animazioni rigide, comparto tecnico arretrato, direzione artistica incerta. Per un brand che ha segnato la storia dei platform e dell’action-adventure, il risultato è percepito come inaccettabile.
Il progetto viene rinviato. Poi sospeso. Poi silenziato. Infine, cancellato. Un epilogo che certifica un errore strategico profondo: Ubisoft ha sottovalutato la complessità del progetto, tentando di ottenere un prodotto premium con un investimento minimo. Una logica industriale miope, che ha ignorato il valore culturale, storico e simbolico della saga.
Prince of Persia non è un brand qualsiasi. È una colonna portante della storia del videogioco moderno.
Tre sono i pilastri che hanno reso la saga leggendaria:
- Il movimento: un sistema di platforming fluido, leggibile, fisico, ancora oggi modello di riferimento.
- Il combattimento: dinamico, coreografico, basato su mobilità, posizionamento, ritmo.
- La regia: linguaggio cinematografico, costruzione della scena, maturità narrativa, recitazione.
Ricostruire questi elementi richiede competenza, tempo, investimento, rispetto, visione.

Un progetto complesso e ambizioso
Il remake della trilogia delle Sabbie del Tempo non era un semplice esercizio nostalgico, ma un’operazione ludica e culturale. Ubisoft aveva tra le mani una “miniera d’oro” di contenuti, lore, meccaniche e narrazione.
La sfida principale era duplice: rispettare la struttura originale e la difficoltà del platforming, ma al contempo adattarla agli standard contemporanei, implementando motion capture avanzata, fisica realistica, animazioni organiche e un combattimento agile e spettacolare. Ogni sezione di salto o di combattimento doveva risultare naturale e leggibile, senza artifici grafici invasivi come vernici o indicatori forzati.
Ubisoft avrebbe potuto adottare una strategia modulare: un primo remake come base tecnica e narrativa, seguito da un rilancio graduale dell’intera trilogia. Invece, come dimostra la storia post-2010 dell’azienda, la capacità di pianificazione a lungo termine si è dissolta, sostituita da approcci corti e rischiosi, incapaci di capitalizzare sulle IP storiche.
Il Principe e la sua eredità
Oggi, Prince of Persia si trova a fare i conti con un mercato che predilige esperienze immediate, accessibili e intuitive. La complessità, il rigore e la precisione dei giochi originali risultano difficili da trasporre in un contesto contemporaneo.
Altri tentativi di rilancio ci sono stati, tra cui:
- Le Sabbie Dimenticate, un buon titolo, tecnicamente solido, ma destinato a essere dimenticato.
- Il progetto Prince of Persia Redemption, promettente ma mai realizzato.
Il Principe tornerà? Forse. Ma oggi Ubisoft sembra aver consumato l’ultima clessidra di sabbia del tempo. Nessuna magia, nessun “rewind” può invertire il destino di un brand trattato con superficialità e sottovalutazione.
Il fallimento del remake non è solo un episodio isolato: è la metafora perfetta della crisi di un’azienda che ha perso la propria identità creativa e il contatto con la propria eredità culturale. E questa volta, a differenza del videogioco, non c’è possibilità di riavvolgere il tempo.
